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Chester Bennington si toglie la vita e la musica perde un altro grande artista

Nel giorno del 54esimo compleanno di Chris Cornell, Chester Bennington – che al funerale del leader dei Soundgarden aveva cantato ‘Hallelujah’ – si è tolto la vita. La conferma è arrivata dall’amico e collega Mike Shinoda che si è detto distrutto.

Le prime ricostruzioni, infatti, parlano – così come per Cornell – di morte per impiccagione, nella sua casa nei dintorni di Los Angeles. Nato 41 anni fa, Bennington ha avuto un ruolo di primissimo piano nell’affermazione del nu metal. La sua voce, potente e dirompente, è stata per anni il marchio di fabbrica dei migliori Linkin Park.

Che si erano un po’ persi negli ultimi due album. Forse per strizzare l’occhio a fasce d’età più giovani, non fiduciosi che avrebbero continuato a soddisfare lo zoccolo duro dei loro fans, i Linkin Park hanno dato alle stampe due album sempre più ‘pop’ e sempre meno ‘arrabbiati’.

Nell’ultimo, poi, sono completamente mancate la rabbia e l’aggressività di Bennington. Segno tangibile di una crisi personale? Leggendo i testi e con il senno di poi, sembra anche possibile.

Due compagne, sei figli e tanti tanti problemi con alcol e droga, come lui stesso racconta nelle sue canzoni. Non ultima ‘Heavy’, il singolo che ha trainato l’uscita dell’ultimo album, ‘One More Light’.
Dall’infanzia non facile – figlio di un poliziotto e di un’infermiera, ha raccontato di aver subito abusi da parte di una persona più grande di lui – i problemi hanno sempre camminato accanto a questo artista, il cui successo però è indiscutibile e indiscusso.

Adesso sembrava che il tunnel fosse alle spalle, ma probabilmente era solo apparenza.

E’ ovvio che successo, fama, amici e quant’altro non sono bastati a colmare quel vuoto di cui ha cantato e che, evidentemente, era sempre lì e alla fine lo ha ingollato.

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