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Murubutu: ‘Le storie nascono da qualcosa che mi commuove’. La notte, la musica, le parole e altre chiacchiere con Alessio Mariani

Intervistare un artista che si segue da tempo non è mai semplice. Le cose da chiedere sono sempre tantissime e la consapevolezza che qualcosa salterà è una certezza e, poi, c’è quel confine che rende più fan che altro da non superare e, quindi, cammini in bilico su un filo sospeso.

Poi, succede che scopri che quell’artista che da anni segui e di cui apprezzi la musica e le parole, è ancora più interessante nella dimensione ‘umana’ e parlarci diventa una po’ come aprire una finestra e prendere una boccata di aria fresca. Qualcosa non così comune né scontato che fa sempre bene. Questa è stata la chiacchierata con Alessio Mariani, in arte Murubutu.

Impossibile non iniziare dal tuo ultimo lavoro, ‘Tenebra è la notte’, anche questo un concept, che arriva dopo aver ‘esplorato’ il mare e dopo il vento: è stato un percorso pianificato o si è sviluppato strada facendo?

«Diciamo che l’intenzione è sempre quella di creare un concept album con vari racconti che declinano un tema comune. La scelta del tema, quindi, è sempre molto ponderata. Non è premeditata, ma arriva progressivamente. Non ho un progetto che riguarda certi elementi. Molti mi hanno chiesto se il mio progetto riguardasse le quattro radici di Empedocle, ma in realtà con la notte ho dimostrato di no».

Per te i testi sono molto importanti, questo è evidente: come nasce un tuo testo, o meglio, cosa ti fa decidere su cosa e come scrivere?

«Solitamente racconto storie e il motivo che mi spinge a scrivere certe storie che leggo o che invento è che nasce tutto da qualcosa che mi commuove. Quando incontro qualcosa che mi commuove, questo mi tocca particolarmente e sento il bisogno di scriverla».

Quanto il tuo essere insegnante influenza il tuo essere musicista e quanto il tuo essere musicista influenza il tuo essere insegnante?

«E’ un’influenza reciproca, perché l’insegnante porta tantissimi stimoli culturali al musicista e il musicista mi tiene in contatto con i giovani e, quindi, questa cosa mi aiuta anche nell’insegnamento».

Hai tra i tuoi studenti anche ragazzi che ascoltano la tua musica?

«Si mi è capitato che mi seguissero anche ai concerti. Solitamente c’è un raffreddamento dei rapporti quando diventano miei studenti, però mi è capitato che quando poi escono da scuola, tornano a essere miei fan calorosi come prima. Credo che il momento di pausa sia abbastanza fisiologico: mi vedono tutti i giorni, abbiamo un altro tipo di rapporto, anche particolarmente asimmetrico, per cui è normale e, forse, anche giusto»

Se tu fossi sui banchi dei tuoi studenti, saresti il professore che avresti voluto avere davanti?

«Mi piacerebbe, poi non so. Direi di si. Ho sempre apprezzato gli insegnanti che favorivano la creatività, a prescindere dall’esecuzione del programma e, quindi, cerco di favorirla con i miei studenti e cerco di avere un dialogo con loro. E questo non è facile, ma è meno alienante, come altrimenti rischia di diventare insegnante-studente se non c’è una forma di relazione umana».

Secondo te, la trap che va così di moda tra giovani e giovanissimi, è davvero così brutta come sembra o dipende da chi la fa?

«Dal punto di vista musicale, è questione di gusti: a me la trap non piace, però può piacere. Non è il genere più brutto che abbiamo mai sentito nella storia della musica. Per quanto riguarda i contenuti, poiché è un genere fortemente derivativo da un’ondata di moda musicale americana, risulta sicuramente spiacevole sentire determinati contenuti, già deprecabili, tradotti anche in italiano. Poi non è che anche qui l’esaltazione delle droghe, la superficialità, il sessismo e il consumismo siano una novità nella musica, quindi la trap, sostanzialmente, non ha inventato nulla. Il fatto che sia così diffusa soprattutto tra i giovanissimi è forse la piccola novità: mai contenuti così deprecabili erano arrivati ai dodicenni. Questo secondo me è il succo del discorso e quello che ci fa riflettere di più».

Come mai, secondo te, sta facendo presa proprio sulle fasce più giovani?

«Perché è cambiata la società e si stanno abbassando tantissimo le soglie di ingresso adolescenziale su vari livelli, non solo su quello musicale naturalmente, pensiamo alla sessualità per esempio. E poi, perché il nostro mondo tecnologico aiuta i giovanissimi ad emanciparsi prima, ad avere a disposizione cose di cui prima non riuscivano a fruire autonomamente. Questo comporta che si trovino a portata di mano della musica e di un’industria commerciale che vuole farne un bacino di utenza a tutti i costi, perché questi acquistano e, di conseguenza, vengono attirati all’interno di tali meccanismi. In sostanza, stanno usando il meccanismo commerciale della moda su un livello di età più basso. Solo che qua non stiamo parlando solo di numeri di utenti, ma di persone che hanno una sensibilità e strumenti diversi per analizzare la realtà, quindi questo è il problema. Ci sono delle responsabilità e sono sicuramente dell’industria, ma anche degli artisti che non possono non sapere che messaggi trasmettono».

I tuoi dischi sono sempre contraddistinti da copertine molto belle graficamente: qual è il rapporto che hai con la parte grafica del tuo lavoro?

«Ho sempre voluto che le mie copertine emulassero le copertine dei libri, proprio ad indicare il contenuto letterario dei testi, quindi se mi sono ispirato ai classici Einaudi nelle prime copertine, nell’ultima ho cercato di imitare prima Sellerio per il mixtape (‘La penna e il grammofono’) e per quest’ultima Feltrinelli. C’è questa forte componente, perché voglio trasmettere fin da subito la cura per il particolare e i contenuti particolarmente evocativi che, poi, si troveranno all’interno».

Come mai, però, non ci sono i testi?

«In realtà nel primo concept album li ho messi, ma è come se non li avessi messi, perché continuavano a chiedermi i testi. Paradossalmente è stato così. I testi, comunque, sono in rete che oramai è fruibile da tutti e questo è il primo motivo per cui non ci sono e, in secondo luogo, ho in progetto la realizzazione un libro che contenga una selezione dei miei testi».

Com’è nata la collaborazione con Swelto ne ‘La notte di San Lorenzo’?

«Io e Swelto ci conosciamo da più di una decina d’anni e ci siamo sempre tenuti in contatto anche se sporadico, per altri motivi. Lui mi aveva chiesto delle collaborazioni, io so che lui è anche un beatmaker molto prolifico, per cui mi ha dato tanti beat da ascoltare e io mi sono innamorato di quello de ‘La notte di San Lorenzo’ e ho scritto quel brano. Mi piace molto Swelto non solo come artista, ma anche come persona, perché è una persona piena di energia, ottimista, positiva e, per questo, ho voluto che aprisse la mia data di Roma il 1° marzo».

Cosa pensi della proposta della Lega di far trasmettere alla radio una canzone italiana su tre? Basta così poco per risolvere tutti i problemi della musica italiana e della sua valorizzazione?

«Penso che sia pura demagogia. Come ben sai, Salvini manda continuamente messaggi di questo tipo al suo elettorato e questo non è altro che un ulteriore modo per rinvigorire la sua immagina sovranista, diciamo».

La tua musica è molto raffinata, le tue basi pure, c’è molta ricerca dietro: tu cosa ascolti in genere?

«Ascolto tante cose diverse: molto hip hop italiano e internazionale, mi piace molto la dancehall, ma ascolto veramente di tutto, dal cantautorato classico italiano fino al pianismo minimale e penso, per esempio, a Einaudi. Ultimamente ascolto molto Apollo Brown e Joell Ortiz che purtroppo mi perderò nel live di aprile, ma è un disco che sto ascoltando molto. Così come mi è piaciuto molto anche Joell Ortiz da solo, perché ha un gusto classico. Poi, nella dancehall mi piace molto anche Collie Buddz, perché è uno degli ultimi a non usare l’autotune, è riuscito a non farsi intaccare dall’autotune in un genere che oramai ne è completamente ammorbato e quindi lo apprezzo molto».

Una curiosità personale: come mai citi spesso Parmenide?

«In realtà l’ho citato solo un paio di volte, in un pezzo con Picciotto e in quest’ultimo album. Perché Parmenide è il pensatore metafisico per eccellenza: lo stesso Platone per definire la propria metafisica deve confrontarsi con il venerabile Parmenide e ne sortisce, per l’appunto, il ‘parmenicismo’. Penso che non si possa fare un ragionamento di tipo ontologico senza passare da Parmenide».

Ultimissima domanda prima di lasciarti tornare ai tuoi impegni che non sono davvero pochi: ma quante ore ha la giornata di Alessio/Murubutu?

«Tantissime, perché purtroppo ho un piccolo disturbo del sonno, per cui dormo poco, quattro, massimo cinque ore e, quindi, la giornata diventa per forza più lunga».

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