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Viaggio nelle pieghe di ‘Tenebra è la notte’ di Murubutu, protagonista del concerto del 10 maggio al Deposito Pontecorvo

Sono solo tre mesi che è uscito ‘Tenebra è la notte’, ma i live sono già stati tanti e caratterizzati da una forte affluenza di pubblico. Lo stesso che è atteso anche alla data di Pisa, al Deposito Pontecorvo, il 10 maggio, quando Murubutu porterà sul palco pisano le canzoni che compongono l’album, più, ovviamente, alcuni ‘classici’.

Dopo aver parlato dell’album in generale, dopo averne parlato con Murubutu stesso, non poteva mancare – prima o poi – una lettura più attenta dei singoli brani di un album che esplora la notte in tutti i suoi aspetti.

L’OSCURA INTRODUZIONE – Si parte con l’introduzione, Nyx. D’altronde se l’autore ha scelto questo brano per fare da ‘linea guida’ a quello che seguirà, nonché per aprire e chiudere l’album, il minimo è rispettarne la scelta. Il pezzo è perfetto per introdurre nel clima dell’album. Lo è musicalmente, dove i suoni cupi richiamano la notte più fonda, quella parte di notte nella quale i rumori del mondo si allontanano e si attutiscono. Lo è nel testo che, oltre a raccontare la storia di Nyx, divinità temuta perfino da Zeus, disegna una notte cupa e minacciosa. In realtà testo e musica fanno intravedere un’inquietante oscurità che non sarà sempre presente nei brani. Anzi, se proprio vogliamo essere precisi, in Nyx troviamo l’aspetto più ‘minaccioso’ della notte, che – almeno con questa forza di immagini suscitate dalle parole – non troveremo più. Resta però uno dei brani più suggestivi dell’intero album, proprio per l’oscurità che da esso emana. Peraltro ‘Nyx’ è stata scelto per essere il terzo singolo.

IL FREDDO DALLE PAROLE – A ispirare questo brano è il romanzo ‘Il Sergente nella neve’ di Mario Rigoni Stern e lo scenario è quello della trincea notturna durante il secondo conflitto mondiale. Musicalmente rispecchia bene il clima della canzone: i suoni sono sufficientemente freddi per parlare della neve noturna che ‘accompagna’ l’intero brano. Il testo, invece, merita una lettura più attenta. Se sicuramente il contenuto è legato al libro e di questo se ne fa portavoce, lo fa con una ricerca linguistica che rende questo brano in assoluto il più accurato di tutto l’album. La durezza e il freddo che emana dalla storia raccontata sono perfettamente rappresentati dalle parole e dal loro ‘suono’. L’italiano è effettivamente una lingua che ha una ricchezza infinita e qua, questa ricchezza, viene sfruttata al meglio. Ed ecco che il suono delle lettere va oltre il significato stesso della parola e riesce ad evocare l’immagine che vuole rappresentare, perfino al di là del significato. Una ricerca certosina parola per parola, che dà una marcia in più a questo brano.

Parola da segnarsi: ‘giberne’ che quasi sicuramente necessita di una rapida consultazione del vocabolario per sapere di che si parla.

IL BRANO PIU’ ROMANTICO – Sono due, in realtà, le canzoni che si contendono il titolo di ‘canzone più romantica’ e, cioè, ‘La vita dopo la notte’ e ‘Franz e Milena’. La prima parla di una storia d’amore lunga una vita che ha attraversato il tempo e lo spazio, superando anche i confini della morte, mentre la seconda racconta della liason tra Franz Kafka e Milena Jesenka, le cui lettere sono tuttora conservate e raccontano un amore complesso, profondo e destinato a non avere un ‘lieto fine’. Non sono le sole, ma sicuramente sono quelle che maggiormente spiccano. Due storie d’amore molto diverse tra loro e, per questo, è difficile scegliere quale sia la ‘pagina’ più romantica, anche se quella di ‘La vita dopo la notte’ è sicuramente una storia che rispecchia meglio gli stilemi della letteratura romantica dell’800, di un amore che nemmeno la morte fisica può interrompere. Stessa situazione che troviamo anche ne ‘La notte di San Lorenzo’, sebbene si parli di amicizia: anche in questo caso, i confini ‘fisici’ sono labili e niente ha il potere di interrompere i forti legami che caratterizzano queste due storie. Nemmeno la morte. Perfetta la musica, in tutti e due i casi, per rendere questa atmosfera sognante e a metà tra il tangibile e l’intangibile.

IL BRANO PIU’ EVOCATIVO – La palma del brano che riesce a ogni frase a evocare un’immagine vivida e lucida va sicuramente a ‘La stella e il marinaio’. Intanto siamo in una notte di color blu Persia e non una notte buia e tempestosa, come quella di Nyx. Qua il cielo si fonde con il mare e le stelle diventano qualcosa di vivo e vicino. E, lei, la notte si stende sul mare e sulla terra. La storia, infatti, racconta di un marinaio divenuto esperto osservatore del cielo, tanto da pensare di aver scoperto una nuova stella, mai vista prima. Una stella che lo aspetta, che lo guarda, che gli parla e che è apparsa alla morte della madre. Spesso nei brani di Murubutu si trovano strofe che diventano automaticamente evocano immagini in modo estremamente vivido e qua, effettivamente, sembra di essere seduti accanto al marinaio a guardare il cielo e ascoltare la sua storia. Ad ogni modo, due – a gusto personalissimo – citazioni le vogliamo segnalare e sono le ‘piogge furtive di ottobre’ che rendono la notte ‘più fresca, coi suoi strati blu Persia’ quando ‘si stende su reti da pesca e begonie’. La seconda è la necessità che avrebbe il protagonista di avere un cielo vuoto e un ‘telescopio inverso per guardarsi dentro’, cosa di cui avremmo a tratti tutti bisogno nel corso della nostra vita. Immagini veramente felici, che è impossibile passino inosservate.

IL BRANO PIU’ DEBOLE – Finora abbiamo elencato le canzoni che, per un motivo o l’altro, ci sono piaciute, ma, di fronte a un album che parla della notte, non si possono non guardare anche le ombre. E’ ovvio che non tutti i brani possono essere allo stesso livello e quello che, a nostro avviso, cala rispetto agli altri, è ‘Wordsworth’ che peraltro vede il featuring di Caparezza. Pescando dalla spiegazione, vediamo che si tratta di una riflessione ispirata a ‘Paesaggio lunare’ del poeta inglese William Wordsworth, tratta dal libro XIII de ‘Il Preludio’, che parla di una notte silenziosa e afosa, durante la quale il poeta resta colpito dalla luminosità della Luna. E la Luna è la protagonista del pezzo. La musica evoca perfettamente un panorama notturno e il testo è amplia i concetti espressi dal poeto romantico inglese. Il solo problema di un brano di questo genere è che non lascia più di tanto il segno. Non si può certo dire che non sia un pezzo riuscito. Assolutamente. Però scorre via, come una nuvola sulla Luna in una serata ventosa, per restare in tema. Non lascia niente o molto poco e, alla lunga, probabilmente, un po’ stanca.

IL BRANO PIU’ TRISTE – Che Murubutu scriva qualcosa di allegro è abbastanza difficile da immaginare, però in ‘Ancora buonanotte’ ha veramente dato il meglio di sé, almeno per questo album. Peraltro, ci dice anche che è una storia vera, quella di Matteo, talentuoso pianista che perde la madre ancora giovanissimo e, per studiare ed esibirsi, è costretto a vivere per la strada. Per scaldarlo, solo il ricordo della madre e la speranza. La storia è raccontata con una sensibilità tale che non la fa diventare ‘pesante’, così come si sarebbe prestata a una retorica facile che qua viene completamente evitata. Anzi, la poesia con cui è raccontata questa vicenda umana, rende ‘Ancora buonanotte’ uno dei brani più suggestivi dell’album.

IL BRANO PIU’ ‘OSTICO’ – Fin dal primo ascolto ti rendi conto che il brano più ‘ostico’ dell’intero album è ‘Omega Man’. Ci vogliono un po’ di ascolti prima di entrare dentro questo pezzo. Poi, ascolto dopo ascolto, ti rendi conto che è imprescindibile, che proietta il viaggio nelle varie ‘notti’ esplorate nel disco verso qualcosa di ancora diverso. Qua siamo in un futuro distopico, dove è sempre notte, in quanto il genere umano si è rifugiato sotto terra per sfuggire dal sole, oramai non più schermato dall’ozono. E la notte, quella vera, quando quel sole finalmente tramonta, a uscire fuori è la peggiore umanità che riesce a trasformarla in un luogo fisico e mentale disperato. Musica e testo rispecchiano perfettamente questo scenario che richiama a classici cyberpunk, anticipando in qualche modo, il ritorno di questo immaginario che, negli ultimi anni, era stato un po’ dimenticato. Alla fine, da ‘più ostico’ diventa una delle canzoni di punta dell’album.

LA PAGINA DI STORIA – C’è poco da dire su ‘La notte di San Bartolomeo’: anche in questo album, Murubutu riesce a prendere una pagina di storia non tra le più comuni da citare e ne tira fuori un ottimo brano. Che dire? Niente se non ringraziare di un ripasso mai superfluo. Un’annotazione però ci vuole: la ricerca linguistica nel raccontare questa storia. Anche in questo caso, infatti, le ‘parole’ sembrano scelte non solo per il loro significato letterale, ma anche per il suono che esse hanno (ma si potrebbe dire di tutti i brani, dove più, dove meno).

I ‘BIGNAMI’ DI FILM E ROMANZI – ‘L’uomo senza sonno’ e ‘Tenebra è la notte’ rappresentano bene i ‘bignami’ di cose lette o viste da Murubutu. Bei brani, che seguono l’alto standard delle altre canzoni, ma non i migliori, forse perché fin troppo didascalici.

LA DIFFICOLTA’ DI SCEGLIERE – Spesso, di fronte a un disco, viene fatta la domanda ‘qual è la canzone che preferisci?’. Non è facile fare questa scelta. Anzi. Però due brani spiccano sicuramente e sono ‘Le notti bianche’ e ‘Occhiali da Luna’. Il primo potrebbe essere ricondotto – erroneamente – al romanzo di Dostoevskij da cui prende in prestito solo il titolo. Invece, quasi a sorpresa, è più un brano sul sogno. Il sogno nato da un incontro casuale e che diventa ‘ragione di vita’ per poi però portare il protagonista a decidere di non infrangerlo, facendolo scontrare con la realtà. Una scelta che chi ama fantasticare spesso si trova a dover fare. A rendere questo brano ancora più suggestivo c’è sicuramente la collaborazione con Claver Gold che, oltre a dare un contributo fondamentale, conferma il suo ‘amore’ nei testi per i temporali e i tuoni, che ricorrono spesso e volentieri. E’ un brano che ti si attacca addosso come musica, come testo e come storia e difficilmente ti abbandona.

‘Occhiali da Luna’ vanta altre due collaborazioni importanti, quella con Willie Peyote e con Dutch Nazari e racconta tre modi diversi di vedere l’ispirazione artistica notturna. Del resto, che la notte sia ‘amica’ degli artisti è cosa nota e qua se ne hanno tre letture diverse. Brano perfetto sotto tutti i punti di vista, ma in realtà meriterebbe anche solo per «Quando c’è buio vedo tutto più chiaro – La notte è nella penna e resta in sua balia», che da sola vale l’intero pezzo.

GRILLI, GUFI E BARBAGIANNI – Infine, prima di chiudere, una menzione speciale la meritano i grilli, accompagnati da altri animali notturni – che ci piace pensare siano gufi e barbagianni – che fanno da trait-d’union durante tutto ‘Tenebra è la notte’. In realtà conferiscono all’intero lavoro un’«aria estiva», più vicina alla notte stellata di ‘La stella e il marinaio’ o ‘La notte di San Lorenzo’ che non ad altri brani più cupi. Alla fine, queste costanti presenze fanno immaginare che la notte sia quella popolata da creature notturne o che amano vivere la parte buia della giornata, riuscendo a superare i confini del visibile, per svelare mondi di cui immaginiamo l’esistenza, che forse non conosceremo mai a fondo, ma che sono affascinanti e attirano tutti coloro che amano sognare.

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