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Claver Gold e il suo ‘Lupo di Hokkaido’: «Storie di vita e, sullo sfondo, lo stato di salute della scena rap italiana» [intervista]

‘Lupo di Hokkaido’ è il nuovo ep di Claver Gold e Kintusgi, che arriva a quasi tre anni di distanza dall’uscita di ‘Requiem’ e si tratta di un lavoro particolare, forse un po’ diverso dagli album che lo hanno preceduto. Ma nel quale si riescono a trovare comunque ben definiti i tratti principali della composizione di Claver Gold, sia dal punto di vista dei testi, che per quello che concerne la musica, che qua, ad ogni modo, si fa più rarefatta, anche grazie all’opera di Kintusgi, che aveva già lavorato con Claver Gold in ‘Melograno’.

Ne abbiamo parlato con il rapper, per capire meglio questo lavoro, ma non solo.

‘Lupo di Hokkaido è sicuramente un lavoro fortemente influenzato dalla cultura giapponese, ma il Giappone ricorre spesso nelle composizioni di Claver Gold: «La passione per il Giappone – spiega – nasce con me: il mio nome, Daycol, mi è stato messo dai miei genitori perché erano appassionati di un telefilm degli Anni Ottanta, ‘Samurai’. Loro erano in superfissa con questo telefilm e io ero l’ultimo di cinque figli, così mi chiamarono Daycol. Quando, poi, ebbi un’età più matura per informarmi e avere nozioni, ho iniziato ad appassionarmi al Giappone e alla cultura giapponese, fino a scrivere i primi testi dopo le prime documentazioni e ricerche».

E’ un amore che nasce da lontano quindi: «Anche nei miei dischi precedenti ci sono due pezzi che parlano del Giappone e si trovano su ‘Melograno’ e su ‘Requiem’. In genere funziona così: mi metto a leggere, mi appassiono. Quello che leggi, un po’ come quello che vedi, alla fine, da qualche parte torna fuori e influenza quello che fai».

IL RACCONTO IN GIAPPONESE – Sicuramente ‘Lupo di Hokkaido’ è un disco estremamente curato dal punto di vista dei testi presenta un filo conduttore quanto meno originale. Un racconto sulla storia del lupo di Hokkaido – una specie di lupo endemico del Giappone estinta intorno al 1870 –, appunto, che, letto in giapponese, introduce ogni pezzo dell’ep. «Ammetto che, a livello di ascolto più leggero – spiega Claver Gold –, come può essere quello di Spotify, avere un’introduzione in giapponese per ogni pezzo, forse può appesantire, però fa parte del viaggio. Racconta un po’ tutta la storia del lupo e, quindi, per me è fondamentale che ci sia. Ad un certo punto ci siamo posti questo problema e avevamo pensato di fare una versione per Spotify senza l’introduzione, però, alla fine, fa parte del lavoro e non era giusto togliere questa parte. Ci può anche stare che possa risultare un po’ pesante, ma alla fine è breve e, secondo me, non dà troppo fastidio».

I TEMI DELL’EP – Le note ufficiali parlano di un ep dedicato a una scena rap italiana se non morente, quanto meno in fin di vita. Eppure, ascoltando l’album, appare più forte la componente ‘sentimentale’, di vita vissuta o che si sarebbe voluto vivere, di relazioni andate bene o andate male, mentre di rap, alla fine – in maniera esplicita almeno – si parla solo nel pezzo ‘La tana del lupo’. «La morte del rap è il concetto principale – dice –, che non è totalmente interpretato nei brani. E’ il messaggio principale che si vuole dare, ma non si poteva fare un disco che parlasse solo di rap, poiché oramai è un argomento che si tratta poco. Forse è anche per quello che si sta estinguendo. Nel disco, infatti, c’è una sola traccia che parla chiaramente di rap. Il resto parla di storie, di amore, di vita, di quotidianità. Il rap è lo sfondo. Una sorta di resistenza a quello che sta avvenendo intorno».

LO STATO DI SALUTE DEL RAP IN ITALIA – Ma, di fatto, cosa sta avvenendo intorno? E’ lo stesso rapper che lo spiega in maniera estremamente chiara. «Intorno c’è un cambiamento radicale che viene dal fatto che le nuove generazioni e le nuove leve che si approcciano a questo genere, usano il rap come mezzo e non fanno parte della cultura hip hop o vengono da un ambiente hip hop inteso come sottocultura. Non c’è più, quindi, quello che si aveva negli Anni Novanta, quando magari facevi parte di una crew, ti approcciavi al rap e forse facevi un po’ di writing o di djying, oppure provavi a ballare. Era, comunque, una sottocultura hip hop, così come potevi essere punk o rock. Era un modo di essere. Di vivere. Adesso il rap è più un mezzo di comunicazione per arrivare alle persone. E questo è totalmente diverso da come lo intendo io e da come si è sviluppato negli anni. Non è necessariamente un bene o un male, ma perdere totalmente questa parte mi pare assurdo e non avere un background non ha molto senso». Claver Gold non ha dubbi: «A noi che facciamo parte di una storia hip hop più classica dà anche un po’ fastidio che si usi il rap in questo modo, però ammetto che è un cambiamento. E’ un momento, così come c’è stata la south, o la dubstep, ora c’è la trap che viene usata come mezzo potente per dire delle cose molto leggere. Non mi sembra che ci sia una ribellione o siano presenti dei concetti molto profondi. E’ tutto molto leggero, un po’ sulle nuvole, tutto molto cotonato e molto colorato. Per me è molto strana questa roba e mi fa un po’ ridere».

FORMA E SOSTANZA SENZA MAI SNATURARSI – Eppure è qualcosa che funziona, come ammette lo stesso Claver Gold: «Forse oggi la gente non vuole essere appesantita – afferma – e c’è meno ricerca del contenuto in generale. Alla fine, penso che se funziona, probabilmente c’è una parte di ascoltatori che vuole e cerca questo. Quando dico che la gente ascolta questa roba, non è che io la ritenga ‘scema’ o priva di interesse, ma semplicemente prendo atto del fatto che sono stati abituati così. Mi spiego meglio: se da quando nasci mangi solo melanzane, ovviamente ti piacciono per forza, perché ci sono solo le melanzane. Poi, magari, esci dal quartiere o dal tuo piccolo nido che ti sei fatto e scopri altri mille ortaggi, scopri che c’è anche dell’altro e ti dici ‘però, anche le zucchine sono buone’. Ecco, anche con i generi musicali è un po’ così».

In sostanza, quindi, è una questione di voglia di cercare di andare oltre i confini del già conosciuto: «Secondo me – prosegue Claver Gold – c’è poca ricerca. Nonostante internet dia la possibilità di farsi un proprio percorso di conoscenza, questo è poco sfruttato. Prima dell’arrivo di internet eravamo abituati che la radio, la televisione o il magazine hip hop, rap o musicale, ti indicavano le scelte che avevi a disposizione. La tv passava Articolo 31 e Sottotono e quello era. Poi, se volevi trovare altro, lo dovevi andare a cercare da te. Dovevi fare serate, jam, conoscenze, ti dovevi spostare. Adesso è diverso: ascolti una canzone, ad esempio, di Fedez e da quella poi ti collega a Emis Killa e da lì a un altro ancora che magari ha fatto un featuring con lui: c’è la possibilità di ampliare in modo semplice la propria conoscenza, ma sembra che resti sempre tutto lì e la gente si sposti poco». Una sorta di ‘pigrizia mentale’, quindi, ma va anche detto che i testi di Claver Gold non sono certamente semplici. I riferimenti e i richiami sono davvero tanti e forse non sempre sono accessibili soprattutto ai più giovani. E, forse, un ascoltatore abituato alla trap ‘leggera’ non è in grado di cogliere le sfumature di testi fatti invece di mille gradazioni. «E’ una questione che non mi pongo assolutamente quando scrivo, altrimenti vado in paranoia – ride –. Ieri ho visto Cattelan che ha citato il primo showman che faceva show per la strada con nani, folletti e cose simili e lui diceva ‘Tra queste 100 persone, quante sono intelligenti? Sei? Sette? Otto? Va bene, io faccio il mio lavoro per gli altri 92’. Ecco, questo è esattamente il contrario di come la penso io. Quanti sono non dico intelligenti, ma quanti su 100 riescono a capire quello che dico? Sette? Otto? Allora io dico ‘Va bene, sono pochi, però vale la pena anche per quei pochi, almeno non ci si snatura e si evita di omologarsi e di fare quello che fanno gli altri. Poi, con il tempo, si tende un po’ a semplificarsi: nel disco c’è ‘Ikigai’ che probabilmente ha sonorità un pochino più pop e, anche a livello di testo, cerco di essere più semplice possibile, però sempre senza snaturarmi, rimanendo sempre me stesso».

CITAZIONI E TEMI RICORRENTI – Nei pezzi di Claver Gold ci sono alcuni temi ricorrenti, così come ci sono alcune citazioni che incuriosiscono in questo ultimo lavoro. La prima che incontriamo è ne ‘La tana del lupo’ ed è ‘da tanita a tanita’: «Sei la quarta persona che me lo chiede questa settimana, lo sai? – risponde, ridendo, Claver Gold e immediatamente ci consoliamo pensando che tutto sommato non era un riferimento così semplice da comprendere –. E’ importante la frase prima, per capirne il senso: ‘Ho parole pesanti, da tanita a tanita’. Tanita è il termine più, diciamo, tecnico per il bilancino di precisione per pesare i grammi e, quindi, si fa riferimento al peso delle parole, che deve essere pesato al grammo, in maniera precisa».

Sempre nello stesso brano, poi, si parla di Rei di Nanto, facendo riferimento a un personaggio della serie tv (e manga) ‘Ken il Guerriero’ e una spiegazione ovviamente ci vuole: «Sono superappassionato di Ken e Rei era magico – spiega –. Qualche giorno fa ero dai vicini e la bambina che è in seconda o terza elementare guardava quei cartoni animati di Sky e pensavo che, più o meno, è la stessa roba del rap: tutti colorati, bruttissimi e pensavo che io a 10 anni guardavo Ken con la gente che esplodeva. Probabilmente non era giusto nemmeno quello, però era una serie con una storia bellissima, personaggi creati alla perfezione, con una storia, un loro modo di essere e di fare. Per tornare a Rei, l’ho scelto perché lui con le mani ‘tagliava’ il nemico e, quindi, era perfetto per ‘taglio ogni rapporto come Rei di Nanto’, che è una delle mie rime preferite di tutto l’ep, assieme a quella dei Cinque Picchi, il maestro di Sirio [dalla serie I Cavalieri dello Zodiaco ndr] e, anche se cinese, ci stava, perché anche lui era un personaggio fantastico e la storia era molto bella. Questi erano cartoni con una storia lunga, che si sviluppava. A me piacciono le storie lunghe, anche nelle serie televisive: non riesco a vedere quelle che in una puntata chiudono il racconto. E’ qualcosa che odio. Mi piacciono le storie lunghe, mi ci appassiono. E’ ovvio che è molto più complicato raccontare una storia in 100 puntate, invece che in una sola, però c’è un modo diverso di poter raccontare il tutto. Anche lo scrivere il rap si può riportare a questo: puoi cercare di arrivare immediatamente oppure di arrivare un pochino dopo ma lasciare di più il segno».

'Lupo di Hokkaido' è il nuovo ep di Claver Gold che arriva a quasi 3 anni da 'Requiem'. Sette tracce che parlano della morte del rap, che fa da sfondo a storie di vita quotidiana, come spiega lui stesso.

TUONI E TEMPORALI, ESEMPI DI ROMANTICISMO E PAURA – Qualcosa che ricordi i tuoni e i temporali nei testi di Claver Gold spunta sempre fuori. Che sia una sua canzone, che sia un featuring, è uno dei temi più ricorrenti. Un motivo ci sarà…

«Quando piove e fuori c’è la bufera – spiega – magari con il vento, poi torni a casa e trovi la tua ‘tana’, il tuo conforto di esserti rifugiato. Li inserisco perché li vedo come simbolo di paura. E’ un po’ come nei film dell’orrore, dove è sempre notte. Il giorno non fa paura, è la notte, il buio che portano la paura. Poi, secondo me, la pioggia, in sé per sé, è romantica. E’ come un bacio sotto la pioggia o un bacio al sole: non c’è paragone! Un po’ è questo il senso: il romanticismo della pioggia, dei temporali, dei tuoni che poi fanno paura. Io ho i cani e quando sentono i tuoni scattano, si spaventano e, alla fine, anche noi scattiamo con i lampi».

I LUPI, IL SENSO DEL BRANCO E L’AMORE PER GLI ANIMALI – Non solo protagonista de ‘Il lupo di Hokkaido’, questo animale ricorre spesso quando si ascolta Claver Gold, basti pensare a ‘Balla coi lupi’ di Requiem: «I lupi arrivano perché, al contrario dei felinidi e di altri animali, hanno il senso del branco che mi fa impazzire. Hanno delle regole, delle leggi, hanno il capobranco, si attacca in un determinato modo. Secondo me, il loro mondo è magico e dovrebbe essere non dico nella società, ma almeno un pochino dovremmo recuperare questo sentirci uniti». Ma l’amore per gli animali è qualcosa che va oltre i lupi: «Ci sono molti animali che mi affascinano: guardo spesso documentari e ne leggo molto: vado in libreria e prendo libri strani sugli animali che non prenderebbe nessuno. Da qui è nato anche il Lupo di Hokkaido: ho letto di questo lupo che si era estinto e da lì ho iniziato a prendere tutto quello che trovavo per potermi documentare».

E, del resto, a dimostrazione di questo, in ‘Calicanto’ viene citata la Paradisea, volatile non proprio comune… «Quando ero piccolo mi ricordo che facevo la collezione delle schede telefoniche e c’era questa scheda con la Paradisea ed è così che ho conosciuto questo animale. Poi, un po’ di tempo fa leggevo dei balletti che fanno per accoppiarsi e mi è tornata in mente. Era al suo posto in ‘Calicanto’».

L’ESSERE CIABATTARO E LA VOGLIA DI UNA ‘VITA NORMALE’ – Spesso e volentieri, i testi di Claver Gold nominano i pigiami e le ciabatte, che possono essere indossati dai personaggi o dallo stesso rapper, ma restano comunque una costante. «Quando torno a casa, mi metto subito comodo e mi infilo le ciabatte. Così i miei amici, quando mi chiamano, mi fanno ‘esci o sei già in pigiama?’ e, anche quando mi vengono a trovare, io sono con il pigiama di Batman e le ciabatte. Sono un ciabattaro, soprattutto quando finisco di lavorare. Se passo tutta la giornata in studio, torno a casa e l’ultima cosa che mi viene in mente è uscire per andare a bere una birra. Per me il top è tornare a casa, mettermi in ciabatte e finire la giornata».

E poi spiega meglio questa ‘voglia di casa’: «Adesso ho 33 anni e, di questi, 25 li ho passati in strada. Non ne posso più. Voglio stare a casa. Ho trovato una sistemazione e una vita, diciamo, normale e mi piace godermela. Anche la mia ragazza mi dice ‘ti piace proprio stare a casa’ e io le rispondo di sì, perché ci sono stato così poco nel passato che me la voglio godere. E anche tutte quelle cose che da piccolo non avevo, adesso me le compro e me le godo come fossi un bambino. Ad esempio, io non ho avuto da piccolo la Playstation. E’ un esempio scemo, ma i miei non potevano comprarla e l’ho presa quando ero al secondo o terzo anno di università; adesso ci sono dei giorni nei quali non voglio pensare a niente e giocare alla play come un bambino. La mia ragazza mi chiede ‘ma perché?’ e le rispondo ‘perché non l’ho avuta’».

Ma sostanzialmente Claver Gold fa capire dal suo modo di essere, dai suoi testi e dal suo modo di presentarsi, è lontano dal ‘luccicante mondo dello spettacolo’: «A me non piace una vita da rockstar o rapstar. Mi piace una vita normale, mi piacciono tutte le piccole cose che comunque mi emozionano e mi creano confort e piacere. La normalità è il massimo che si può avere dalla vita».

FEATURING E COLLABORAZIONI – Una cosa è certa: se un brano ha il featuring di Claver Gold è sicuramente un pezzo che lascia il segno. Nel momento stesso in cui Claver Gold entra, il brano cambia passo e diventa quello che, con tutta probabilità, è il pezzo migliore di quell’album. E’ in programma un album, o un mixtape, sull’esempio de ‘La penna e il grammofono’ di Murubutu che raccolga i featuring? «Avevamo pensato di farlo e, in realtà, avevamo già scelto tutti i brani, solo che poi avevamo di uscire prima con il vinile, poi è arrivato l’ep e abbiamo avuto un sacco di uscite, per cui non siamo riusciti a inserirlo all’interno delle uscite dell’etichetta, ma che una cosa che vogliamo fare e che faremo».

Sulle possibili collaborazioni, non ha dubbi: «Mi piacerebbe collaborare con artisti che fanno musica al di fuori dal rap. All’interno del rap, mi piacerebbe lavorare con Marra entro la fine della mia o della sua carriera. Poi c’è una cosa che ritengo impossibile, pur avendo conoscenze in comune ed è fare un pezzo con Vinicio Capossela, ma non è plausibile, conoscendolo un pochino come artista». Ma alla fine perché non sognare una collaborazione del genere? Sarebbe sicuramente qualcosa di molto interessante e non scontata, quindi c’è solo da augurarsi che, grazie a qualche congiunzione astrale strana, prenda forma.

‘REQUIEM’ IN VINILE – «Siamo appassionati e ascoltatori di vinili, quindi aver il nostro è ancora più magico». Ecco il segreto dell’edizione in vinile di ‘Requiem’: il fare un vinile che appartenesse completamente alla Glory Hole: «Avevamo già fatto ‘Mr. Nessuno’ e ‘Melograno’ in vinile, ma ci eravamo affidati a un’agenzia che si occupa di ristampare questo tipo di versione. Questa volta però lo volevamo fare noi, appoggiandoci solo alla gente che lo voleva e, quindi, è stato magico, perché abbiamo visto che, nonostante la digitalizzazione di tutta la musica, c’è ancora chi compra i vinili, li colleziona e li tiene. Del resto, è anche vero che la musica su vinile si sente proprio in un altro modo. Certo, è un lavoro un po’ lungo, si deve fare il remaster, ma ne vale la pena perché davvero ti emoziona».

IL ‘BELLO’, IL ‘BRUTTO’ E LO ‘SCHIVO’ – Tornando a ‘Lupo di Hokkaido’, oltre a una musica forse un po’ diversa da quella a cui ci aveva abituati Claver Gold, grazie anche alla ‘complicità’ di Kintusgi, oltre a dei testi, al solito molto curati anche nei più piccoli dettagli, si presenta con una veste fisica e grafica di altissima qualità. Una costante, anche questa, degli album di Claver Gold, che cura sempre moltissimo anche l’aspetto visivo dei suoi lavori: «Ho studiato da grafico e mi sono laureato a Bologna in grafica e pubblicità – dice – e, quindi, ci tengo particolarmente. Me la curo fin dove posso, poi, come in questo caso o per ‘Requiem’, mi faccio dare una mano da professionisti come Luca Barcellona per la calligrafia o Davide Bart Salvemini per le illustrazioni. Mi piace molto questo aspetto e trovo sia molto importante l’estetica del disco che prendi in mano».

Non lo stesso, però, per quanto concerne i video, che, salvo rari casi – e pensiamo, ad esempio, a ‘Il meglio di me’ – sono abbastanza minimali. Curati, con belle immagini, ma certamente non all’altezza della veste grafica che è di livello superiore: «Non mi piace tanto apparire a livello estetico – confessa –. Non mi piace espormi, quindi cerchiamo di fare qualcosa che sia il più minimale possibile, in modo che io mi veda poco. Abbiamo, quindi, cercato di fare storytelling. Adesso, però, usciamo con una cosa totalmente diversa da quelle che si sono viste finora. Si tratta del prossimo singolo, ‘Ikigai’, che sarà accompagnato da un video un pochino più mainstream a livello estetico, più pop insomma. Vediamo come va».

Sicuramente, alla base di questa voglia di non-apparire c’è un carattere piuttosto schivo: come vive Claver Gold, ad esempio, il rapporto con i social? «Pubblico il necessario – dice –. Se non fossi Claver Gold che deve pubblicare le date dei live e le notizie, probabilmente pubblicherei pochissimo. Magari qualcosina con i cani che mi piacciono e pochissimo dei fatti miei. Molti artisti lo usano poco e non pubblicano tutta la loro vita, anche perché che cavolo me ne frega di quello che ti mangi la mattina? Non ha proprio senso», afferma ridendo.

L’AVVENTURA DELLO ZECCHINO D’ORO – Prima di chiudere non può mancare la domanda sullo Zecchino d’oro che lo ha visto nella veste di giudice: «Mi sono svegliato una mattina con una mail della mia etichetta che mi chiedeva se volessi fare il giudice allo Zecchino d’oro – racconta – al che li ho chiamati subito per chiedere se fosse vero o se mi stessero prendendo in giro. Mi hanno detto che era vero e mi hanno chiesto se volessi andare a giudicare la parte dei testi. Ovviamente ci sono andato volentieri: è stata un’esperienza indimenticabile, veramente da tutto. E’ stato davvero figo».

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