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I 30 anni della Real World Records e lo stato di salute della World Music

ph: York Tillyer

Sono passati trent’anni da quando è nata la Real World Records, la casa discografica nata, appunto, nel 1989, fortemente voluta da Peter Gabriel per affiancarla all’altro progetto che riguarda la musica del mondo, il Womad.

LA SCOPERTA DELLA WORLD MUSIC – Tra la fine degli Anni Ottanta e l’inizio degli Anni Novanta, la grande scoperta della musica fu proprio la World Music. Vari musicisti dell’epoca approfondirono la conoscenza dei ‘suoni del mondo’, sebbene, nella stragrande maggioranza dei casi, questo significava prendere quel suono che piaceva e adattarlo ai canoni occidentali. Cosa che sicuramente rappresentava comunque un arricchimento non da poco, ma non era quello che possiamo chiamare a pieno titolo ‘World Music’. O, almeno, non come la intendeva Gabriel.

L’intuizione di Gabriel, infatti, fu di segno opposto: invece di ‘andare e prendere’, fu di ‘portare’ a casa ‘sua’ (ma anche nostra per fortuna) quei suoni che, per un motivo o per l’altro, lo avevano affascinato. E’ così che nacque l’idea del festival Womad (World of Music, Art and Dance) nel 1982 che portava in Inghilterra artisti da ogni parte del mondo che avevano, in questo modo, l’opportunità di far conoscere la propria musica al di fuori dei confini della propria terra d’origine. E tutt’oggi, anno dopo anno, è questo lo spirito che anima il Womad, nelle sue varie declinazioni, da quella inglese a quella australiana e così via. Ovviamente, lo ‘stare assieme’ ha permesso delle contaminazioni e delle collaborazioni artistiche che, prima che tutto questo prendesse forma, non erano nemmeno pensabili. In quegli anni, il panorama musicale ed artistico si è andato via via arricchendo proprio di queste contaminazioni, regalando alla storia della musica delle produzioni che hanno lasciato veramente il segno.

E’ chiaro che tutto questo patrimonio artistico non poteva venire disperso e che il Womad aveva bisogno di un qualcosa che lo fermasse nel tempo attraverso le registrazioni. E questa ‘gamba’ di appoggio arriva proprio dalla nascita della Real World Records.

UN PROGETTO, UN’IDENTITA’ – Fin da subito, Peter Gabriel delineò chiaramente i connotati di questa nuova etichetta: doveva essere riconoscibile sia per la proposta musicale, sia per quella più prettamente ‘visuale’, nel senso che volle darle un’identificabilità anche a livello visivo, ponendo, sul dorso del disco, una banda a più colori, che avrebbe fatto, appunto da segno distintivo. Non colori scelti a caso: ogni colore corrisponde anche adesso a un’area del mondo e, stando a quanto da lui stesso spiegato all’epoca, la funzione sarebbe dovuta essere quella di rendere immediatamente riconducibili alla sua casa discografica i dischi in questione. A distanza di trent’anni si può tranquillamente affermare che anche questa intuizione è stata azzeccata: sia che si entri in un negozio di dischi, sia che si guardi il proprio scaffale dei dischi, quelli della Real World sono effettivamente subito riconoscibili.

Dal punto di vista culturale, almeno all’inizio, il progetto dell’etichetta va di pari passo con il Womad e si sviluppa assieme a questo: «La musica non vuole conoscere barriere – disse in un’intervista del giugno 1992 Gabriel presentando la Real World in Italia –: mettere ‘sotto spirito’ le musiche significa farle morire, mentre, invece, hanno assoluto bisogno di vivere». E, più o meno, questo è stato il cammino che l’etichetta ha seguito.

Più o meno, perché, negli anni, il progetto ha subito aggiustamenti che l’hanno visto dare spazio non solo ad artisti che provengono da angoli sperduti del mondo, ma anche (forse soprattutto) a realtà più vicine sia geograficamente, sia musicalmente. Ad ogni modo, è stato proprio grazie alla Real World che si sono potuti conoscere numerosissimi artisti dei quali difficilmente si sarebbe sentito parlare diversamente. Artisti che sono divenuti punti di riferimento in un genere quanto mai variegato come può essere la World Music.

IL CAMMINO DELLA WORLD MUSICLa World Music ha conosciuto il suo massimo splendore negli Anni Novanta, fino all’inizio degli Anni Duemila.

Il nuovo Millennio, però, non è stato generoso con questo genere musicale. O meglio, possiamo affermare che ha registrato uno stop, senza più crescere e senza più fare nuovi ‘proseliti’. Questo, però – ed è bene specificarlo subito –, non è un discorso prettamente legato alla Real World Records, che comunque festeggia degnamente i suoi primi trent’anni di attività. E’, bensì, un discorso più generale.

Guardando alla World Music ci si rende conto che, a parte rarissimi casi, non esiste più quella spinta a voler conoscere quello che avviene in altre parti del mondo.

Le ragioni sono probabilmente riconducibili a un insieme di fattori: innanzi tutto c’è una maggiore facilità all’accesso alla musica dei Paesi più disparati, grazie al supporto che arriva dal web. Se negli Anni Novanta era necessaria l’intermediazione di un artista lungimirante per poter arrivare a conoscere la musica africana, cinese o pakistana, adesso, in fondo, basta cercare su youtube o spotify per avere dei riscontri che, forse, non avranno la stessa qualità di quelli che c’erano all’epoca, ma comunque danno un’idea di quale sia la musica di quei luoghi così lontani.

Non si può non pensare che il generale clima di ‘chiusura’ verso tutto quello che è ‘diverso’ che il mondo sta vivendo un po’ a tutte le latitudini, non abbia dei riflessi anche sulla musica, creando comunque un senso di non interesse (quando va bene) nei confronti di quello che non appartiene alla propria cultura di nascita, senza comprendere che i confini sono solo dei limiti mentali, più ancora che fisici.

C’è una generalizzata crisi della vendita di dischi che, comunque, porta l’acquirente a fare delle scelte e, quindi, è più facile sacrificare quello che non si conosce, rispetto all’«ascolto sicuro».

E, ancora, c’è forse meno curiosità di conoscere. E’ un po’ come avere tutto a disposizione e, alla fine, non approfittare di nulla di quello a cui si potrebbe facilmente accedere, fenomeno registrato in modo puntuale un po’ in tutti gli ambiti culturali e non.

Va anche evidenziato che nelle produzioni ‘di successo’ entrano sempre meno elementi puramente ‘world music’ e, quindi, si assiste a un progressivo (ma inesorabile) allontanamento da questo genere musicale. E questo avviene un po’ a tutti i livelli: si tratti di musicisti di oggi, come di ieri.

E la World Music che fa? Resta ferma a guardare quello che accade. Non c’è, in ambito strettamente world music, una proposta vitale. O meglio, magari c’è, ma va cercata con grande attenzione. L’attenzione che ha l’appassionato, ma il problema è che è difficile appassionarsi a qualcosa che non si conosce. O si conosce poco. O si cataloga come ‘roba non interessante’, solo perché appare come un’operazione di recupero della tradizione musicale dei vari Paesi e non come un modo per entrare in contatto con culture diverse dalla nostra.  
La sensazione è un po’ quella di essere quasi tornati a prima degli Anni Novanta, tranne qualche raro guizzo. Ed è un po’ un peccato.

Il vero peccato, in effetti, è che un grande patrimonio musicale e culturale va, in questo modo, disperso. I più giovani, di fatto, perdono l’occasione che i ventenni degli Anni Novanta invece ebbero, di conoscere cose che, in tutti i casi, fanno scoprire un mondo diverso. Che può piacere o non piacere. Ma che, comunque, apre la mente.

I FESTEGGIAMENTI DEL TRENTENNALE – Per festeggiare il trentennale, la Real World pubblicherà il 26 luglio – secondo giorno del Womad 2019 – il disco ‘Live at Womad 1985’, che ferma nel tempo la performance di Nusrat Fateh Ali Khan e che contribuì allora a cambiare la percezione della musica Sufi da parte di una platea sempre più vasta e portò Nusrat verso il riconoscimento internazionale.

Questa registrazione non era più stata sentita da 34 anni a questa parte e ora torna nuovamente disponibile, grazie all’attento restauro effettuato dai nastri analogici dell’epoca.

E, con la pubblicazione della prima registrazione con la Real World, arriva anche quella dell’ultimo disco ‘Night Song’, per la prima volta in vinile. Pubblicato per la prima volta nel 1996, rappresenta la seconda collaborazione con il produttore canadese Michael Brook e segue il successo di ‘Mustt Mustt’ del 1990.

Oltre a queste due pubblicazioni, ce ne sarà una terza – in uscita sempre il 26 luglio – e si chiamerà ‘Worldwide: 30 Years of Real World Musc‘, una compilation che celebra il trentennale, tracciando un cammino che va dalla Tanzania, alla Cina, dall’Irlanda al Tibet, dalla Columbia alla Papua Nuova Guinea. In sostanza sono state scelte delle tracce che intendono ‘aprire le menti e i cuori ai suoni di tutto il pianeta, in un’esperienza che arricchisce e rende felici‘, come dichiarano le note della casa discografica.

Sebbene sia giustissimo recuperare il nome più importante del catalogo e dare vita a una compilation che raccolga il meglio (la tracklist non è ancora stata annunciata), anche in questo caso ci saremmo aspettati qualcosa di più. Qualcosa che non guardasse solo al passato, ma anche al presente e (soprattutto) al futuro. Poteva essere l’occasione per riportare con forza l’attenzione sulla World Music, ma, di fatto, così non è stato. Dimostrando come alla fine la World Music si sia assestata negli Anni Dieci del 2000 come ‘genere di nicchia’. E, forse, va bene così.

Un’ultima nota: il primo disco pubblicato dalla Real World Records fu ‘Passion’, la colonna sonora di Peter Gabriel per il film di Martin Scorsese, ‘L’ultima tentazione di Cristo’: ecco, dopo 30 anni, questo disco continua a dimostrare cosa sia la World Music in maniera decisamente molto più efficace di tutte le parole che si possono spendere sull’argomento e fa comprendere perché sia un peccato non aprire la porta ai suoni del mondo in maniera più continuativa e vitale, in un momento storico nel quale, forse, ce ne sarebbe ancora più bisogno.

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