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Torna Chelsea Wolfe e porta in primo piano la potenza del cantautorato americano

Chelsea Wolfe è sempre stata caratterizzata da un’energia potente, dimostrando la capacità di incanalare quella sua peculiare bellezza cupa in una varietà di forme. E’ questa la ragione per la quale la sua solenne maestà e la sua inquietante eleganza diventano perfino ancora più potenti in ‘Birth of Violence’.

C’è un elemento chiave nella musica di Chelsea Wolfe – una sorta di rotazione urgente sul blues della desolazione americana – che è esistita per tutta la sua carriera. Si è manifestato negli esperimenti di registrazione del suo album di debutto ‘The Grime and the Glow’ (2010), i registri elettronici di ‘Apokalypsis’ (2011) e ‘Hiss Spun’ (2017), gli abbellimenti elettronici e il ringhio distorto di album come ‘Pain is Beauty’ (2013) e ‘Abyss’ (2015) e gli arrangiamenti acustici, sparsi un po’ ovunque di ‘Unknown Rooms’ (2012). Al centro, c’è sempre stata la nostalgia e la seducente gravità della Wolfe, sebbene la sua composizione si sia continuamente evoluta in base alle risorse disponibili. I suoi inizi austeri si sono gradualmente rafforzati grazie all’elettronica e riempiti con arrangiamenti più ricchi. La musica è divenuta sempre più densa e più concentrata sulle esibizioni dal vivo. E mentre queste lussureggianti registrazioni hanno amplificato in molti modi il suo potere, le elaborate interpretazioni creano una dicotomia data la natura privata e isolata della sua arte. Il suo ultimo album, Birth of Violence, è un ritorno alla natura solitaria delle sue precedenti registrazioni, scritte e registrate nella solitudine della sua remota casa nel nord della California.

≤Sono stata in costante movimento negli ultimi otto anni circa: andare in tournée, trasferirsi, suonare nuovi palcoscenici, esplorare nuovi luoghi e incontrare nuove persone, un momento incredibile di apprendimento e crescita come musicista e performer  – afferma Wolfe  – ma dopo un po’, iniziavo a perdere una parte di me stessa. Avevo bisogno di prendermi un po’ di tempo lontano dalla strada per mettere a fuoco le idee, imparare a prendermi cura di me stessa e scrivere e registrare il più possibile».

‘Birth of Violence’ è il risultato di questo passo fuori dalle luci della ribalta. Le canzoni nascono da umili origini, poco più della voce della Wolfe e della sua chitarra acustica che deve la sua raffinatezza a Taylor, collaboratore musicale di lunga data. Ben Chisholm ha registrato le canzoni in uno studio di fortuna e le ha completate con la sua produzione all’avanguardia, mentre l’occasionale fioritura ausiliaria di collaboratori quali Jess Gowrie (batteria) ed Ezra Buchla (viola) hanno dato un tocco in più all’album.

Verrebbe la tentazione di fare un paragone con la raccolta acustica della Wolfe, ‘Unknown Rooms’, ma ‘Birth of Violence’ è molto lontana dalla natura di quell’album: rappresenta, infatti, un’esplorazione di una delle sfaccettature più forti della Wolfe e, cioè, quella che evidenzia i suoi legami con la tradizione del cantautorato americano.

Le canzoni descrivono un risveglio dell’energia femminile, una connessione con lo spirito materno della Terra e una posizione ribelle contro le forze distruttive e di controllo di un avido e ostile patriarcato. Sebbene le minuzie liriche rimangano segrete, il potere complessivo della lingua e della musica è destinato a perseguitare l’ascoltatore con la sua grazia e tensione.

Ogni album di Chelsea Wolfe introduce nuove trame e approcci non ortodossi. La traiettoria del suo arco creativo ha generalmente mirato a suoni più grandi e più imponenti, ma ‘Birth of Violence’ altera deliberatamente quel corso a favore di un’atmosfera più intima. «Queste canzoni sono venute da me in un turbine e sapevo che dovevo registrarle presto. Avevo anche bisogno di una pausa dalla strada – dice Wolfe – ho passato gli ultimi anni a cercare la sensazione di essere a casa; alla ricerca di luoghi che sembravano di essere a casa. Questa è stata la prima fonte d’ispirazione per registrarlo da soli: tra Ben ed io, avevamo tutti gli strumenti per catturare ciò che volevamo creare».

E l’obiettivo sembra essere stato centrato appieno.

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