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Bruce Springsteen attraverso i suoi album in studio, dal più brutto al più bello

L’uscita del nuovo album di Bruce Springsteen – ‘Western Stars: Songs from the Film’ [leggi qua per saperne di più] rappresenta l’occasione giusta per guardare alla carriera di questo grande artista che ha scritto importanti pagine della storia della musica contemporanea. E lo facciamo in un modo diverso dal solito: facendo una classifica dei suoi album più importanti, quelli che hanno fatto diventare il Boss quello che è oggi per la musica. Ma, dato che non tutte le ciambelle riescono con il buco, lo facciamo partendo dal più brutto, per arrivare al più bello.

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19. “Human Touch” (1992)

19. “Human Touch” (1992)

Il 18 ottobre del 1989 Bruce Springsteen chiamò, uno ad uno, i compagni della E Street band per avvertirli che per un po’ non avrebbe avuto bisogno di loro. Dopo aver conquistato il mondo con una perfetta sequenza di dischi, il Boss non sapeva più dove dirigersi per cominciare il nuovo decennio. Cercò così di cambiare aria. Entrò in studio con una serie di session men e ne uscì fuori con un disco sconclusionato e con una brutta produzione pop. A parte un paio di canzoni come “With Every Wish” e “I Wish I Were Blind”, il resto è tutto da dimenticare, lo era al momento dell’uscita e lo è ancora oggi.

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18. “High Hopes” (2014)


Il problema di “High Hopes” non è tanto il fatto di essere un disco brutto quanto un disco inutile. Un miscuglio di cover e di canzoni scartate negli anni precedenti. Un disco stanco a cui manca il centro, con una delle copertine più brutte della storia. “The Wall” e una versione elettrica di “The Ghost of Tom Joad” con Tom Morello alla chitarra sono gli unici punti di forza, ma non bastano a sollevare il disco dal disastro.

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17. “Working on a Dream” (2009)

La vittoria alle presidenziali di Obama e la buona riuscita di alcune canzoni leggere dell’ album precedente ‘Magic’, portarono Bruce Springsteen a cercare sonorità aperte e corali per il suo nuovo album dal titolo enfatico “Working on a Dream”. Un’atmosfera positiva riempie il disco che scorre via nella sua inutile leggerezza, con troppe canzoni facilmente trascurabili. Solo alla fine arrivano due momenti di altissimo livello: la toccante “The Last Carnival”, dedicata a Danny Federici, organista e fondatore della E Street, il primo della band ad averci lasciato e la splendida “The Wrestler”, scritta per il film con Mickey Rourke.

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16. ‘Wrecking Ball’ (2012)

“Wrecking Ball” è una grande occasione mancata. Uscito nel 2012, racconta la nuova crisi economica mondiale. Una visione lucida e arrabbiata di quello che stava (e sta) accadendo nel mondo. Per tutto il disco Bruce punta il dito sui responsabili della catastrofe. Nato come disco acustico, una sorta di “Nebraska” del nuovo millennio, finito nelle mani di Ron Aniello il disco ha preso la piega pomposa che caratterizza le sue produzioni, trasformandolo in un circo di suoni che mischiano rock, country, hip hop, batterie elettroniche e violini irlandesi. Un vero peccato perchè le canzoni buone sono tante: “Jack of All Trades” “Land of Hope and Dreams” e “We Are Alive” su tutte.

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15. “Devils & Dust” (2005)

“La paura è un’arma pericolosa che uccide tutto quello che ami”, canta Bruce nella potente “Devils and Dust”. Una canzone che racconta l’esperienza di un soldato americano nella guerra in Iraq, voluta dal presidente George W.Bush.
Un disco prevalentemente acustico, che vede l’azzeccata scelta di Brendan O’Brian alla produzione. Un musicista e produttore che sa sempre trovare soluzioni che fanno bene a Bruce e alla semplice costruzione delle sue canzoni. Purtroppo la qualità delle 12 canzoni non è eccelsa. Un disco onesto che non riesce a lasciare il segno.

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14. “Magic” (2007)

Un altro disco che s’interroga sulla perdita degli ideali degli Stati Uniti e che critica apertamente la politica estera dell’amministrazione Bush-Cheney.
La E Street Band spinge l’accelleratore su “Radio Nowhere” e “Long Way Home”, mentre la title track “Magic” rallenta il ritmo per mettere i riflettori sui tanti illusionisti e ciarlatani che guidano le nostre vite. I testi sono particolarmente ispirati, un perfetto equilibrio tra denuncia e poesia. L’affiatamento tra Bruce e il produttore Brendan O’Brian esplode sorprendentemente a metà dell’album, con ‘Girls in Their Summer Clothes’ una canzoncina pop che diventa un piccolo miracolo dalle atmosfere sixties . Le ragazze con i loro vestiti estivi che ti passano accanto, che ti spezzano il cuore nella fresca brezza della sera, sguardi e giochi d’amore gioiosi, come nella migliore tradizione del Rock and Roll.

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13. “Lucky Town” (1992)

Uscito nel 1992, in contemporanea con “Human Touch” che ne offuscò le sorti, “Lucky Town” è sostanzialmente un bel disco. Scritto e registrato in pochi giorni, con Bruce in stato di grazia, è più libero e fresco del suo più ambizioso fratello maggiore.
“Better Days”, “Lucky Town”, If I Should Fall Behind”, “My Beautiful Reward”, tra le tante canzoni che corrono lungo l’autostrada che porta ad una non precisata Città della fortuna, molto probabilmente la rappresentazione della felice vita amorosa di Bruce e Patty Scialfa e della nascita dei loro primi due figli.

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12.“Western Stars” (2019)

Con il suo ultimo album, Bruce prova a portarci lungo nuovi affascinanti territori sonori. Le storie sono drammatiche, talvolta ironiche nella loro crudezza. Bruce ancora una volta racconta la vita e le ferite che ci portiamo dietro. Le canzoni di “Western Stars” ci mostrano un artista ispirato che continua a credere nel potere salvifico della narrazione e della musica.
Il disco poteva essere molto più bello se non avesse avuto alla produzione Ron Aniello, che ancora una volta gonfia la musica di Bruce Springsteen fino a renderla stucchevole. Le orchestrazioni evocano i momenti d’oro di Glen Campbell e di certa musica californiana degli anni sessanta, ma il risultato finale lascia l’amaro in bocca.
“Hello Sunshine”, “Stones”, “Western Stars”, “Chasin’ Wild Horses”, “Drive Fast”, “Somewhere North of Nashville”, “Moonlight Hotel” sono buone canzoni, ma il vestito scelto è kitsch e il risultato inevitabilmente pesante. Dato in mano a Daniel Lanois o T-Bone Burnette saremmo qui a gridare al miracolo. Un vero peccato. La buona notizia è che Bruce è tornato e sta bene, alla produzione c’è Ron Aniello, questa è la brutta.

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11. “The Rising” (2002)

Uscito all’indomani degli attacchi dell’11 settembre, “The Rising’” è un disco importante nella carriera di Bruce Springsteen. Per la prima volta dopo 15 anni, ritorna in studio con la E Street Band a fare rock and roll, nella convinzione che la musica, alla fine, è una delle più alte forme di consolazione a disposizione degli esseri umani. 
Il disco non si concentra sulla politica ma sulla reazione degli uomini e delle donne nel momento del dramma, quando il loro mondo viene colpito nel cuore. “The Rising” parla di perdite, di smarrimento, di amore e di rinascite, la polvere cade sulla città in rovina, i telefoni suonano a vuoto nella notte, i letti sono freddi, l’assenza e la morte colpiscono tutti.
Con quattro/cinque canzoni in meno, sarebbe stato un disco formidabile. “Lonesome Day”, “You’re Missing”, “Nothing Man”, “My City of Ruins” sono tra le cose più belle scritte da Bruce negli ultimi vent’anni.
Tra le varie curiosità che riguardano questo disco c’è Johnny Cash che, in uno dei suoi American Recordings, ha preso e trasformato il debole rock di “Further on up the Road” in un capolavoro folk.

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10. “The Seeger Session” (2006)

Da sempre la musica di Bruce Springsteen è una perfetta sintesi tra Elvis e Bob Dylan, tra Woody Guthrie e la Soul Music. Nel 2006 decide di rendere omaggio alla tradizione, quella vera, quella del folk dei tempi della grande depressione.
Esce “The Seeger Sessions”, una raccolta di canzoni popolari, suonate con una band composta da una decina di talentuosi musicisti che si trovano a registrare nel fienile di casa Springsteen. Il risultato è un viaggio gioioso e struggente attraverso la musica americana pre-rock che esplode tra i colori e i suoni di New Orleans.
“Jesse James”, “Mary Don’t You Weep”, “Pay Me My Money Down”,”Erie Canal”, “Mrs.Mc Grath”, per citare solo alcuni episodi di un album che funziona alla perfezione nel suo insieme. Grande musica, grande anima.

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9. “The Ghost of Tom Joad” (1995)

“The Ghost of Tom Joad” arrivò come una benedizione a metà degli anni novanta. Kurt Cobain aveva deciso di andarsene, il Rock selvaggio di Seattle era arrivato al capolinea. Due dischi si imposero nell’universo del Rock. Jeff Buckley, per mostrarci che la grazia era il migliore dei modi per gestire il dolore di certi luoghi dell’anima, mentre Bruce Springsteen si caricò sulle spalle il peso della tradizione e il dramma della storia che continua a ripresentarsi nel presente.
“The Ghost of Tom Joad” è un disco di canzoni nude, sussurrate e bellissime. ‘Benvenuti nel nuovo ordine mondiale’, canta Bruce, le tragedie di ieri continuano a ripetersi oggi. Storie e vicende di odierni migranti che, come i vecchi pionieri della California, lottano nella polvere, inseguiti dalla polizia, lungo il confine e attraverso le acque fangose dei torrenti che attraversano il deserto.
“Youngstown”, “The Ghost of Tom Joad”, “Straight Time”, “Highway 29”, “Across the Border” sono formidabili short stories della migliore tradizione letteraria americana che da Faulkner e Steinbeck arriva fino a Mr. Zimmerman.
“Il fantasma di Tom Joad”, insieme a “Nebraska”, è senza ombra di dubbio il migliore disco acustico di Bruce Springsteen.

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8. “Greetings from Asbury Park, NJ” (1973)

L’inizio di tutto: “Madman drummers, bummers and Indians in the summer…”
Nel 1973, Bruce parte dal New Jersey alla conquista della città e del mondo, abbagliato da tutto quello che gli passa accanto. Prostitute e spacciatori, autostoppisti sbandati, suore calve incinte, motociclisti fuggiaschi, Crazy Jane, Hazy Davy, Broadway Mary e Joan Fontaine.
Una manciata di canzoni che sembrano scritte dal finestrino di un autobus, con le parole che cadono senza tregua. C’è l’Uptwown Harlem e il Greasy Lake, ci sono Elvis, Bob Dylan e Van Morrison, c’è il cinema di Marlon Brando e di James Dean, Un disco di canzoni folk elettrificate che fece impazzire John Hammond e quelli della Columbia Records ma che passò inosservato al grande pubblico. “Greetings from Asbury Park” vendette solo 30 mila copie, nonostante “Blinded by the Light”, “Growin’up”, “Spirit in the Night”, “Lost in the Flood”, “It’s Hard to be a Saint in the City”, fossero già lì, con la E Street Band pronta a farci danzare tutti come spiriti nella notte.
David Bowie fu il primo artista a riconoscere il talento di Bruce. Durante le sessions di “Diamond Dogs”, registrò la sua versione di “Growin’up”. Un bel riconoscimento, da parte di una star mondiale, per il giovane Bruce, che in quel momento riusciva a stento a pagare l’affitto di casa.

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7. “Tunnel of Love” (1987)

Uno dei dischi più personali di Bruce Springsteen. Dopo il successo planetario di “Born in the Usa” e un tour indimenticabile portato ai quattro angoli della terra, il mondo fuori era ai suoi piedi, mentre il suo matrimonio con la modella Julianne Philips era ormai a pezzi. Bruce si prese una pausa e cominciò a scrivere le canzoni per il nuovo album.
“Tunnel of Love” inizia con il corteggiamento di “Ain’t Got You” e finisce con la paura e l’isolamento di “Valentine’s Day”. Un quadro esistenziale che solo apparentemente sembra uno specchio in frantumi, ma che al contrario trova nella consapevolezza, la sua forza. Ancora una volta la musica diventa un’arma potente contro certi demoni.
In “Tunnel of Love” Bruce Springsteen mette in atto la lezione di Carl Jung, cioè trovare un modo di convivere con quello che non si può superare.
Il disco è un’affascinante riflessione sulle relazioni umane, sulla paura e il sospetto, sull’eccitazione, la malinconia, la solitudine, la distanza, la perdita, l’accettazione.
“Tougher than the Rest”, “All That Heaven Will Allow”, “Brillant Disguise”, “One Step Up”, svettano tra le dodici canzoni che compongono un album perfetto nella sua semplicità.
Un album che parla della vita di Bruce, ma che ascolto dopo ascolto, raccontando le tante verità dell’amore, arriva a parlare della vita di ciascuno di noi.

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6. “Born in the USA“ (1984)

L’album che ha trasformato Bruce Springsteen in una megastar mondiale.
“Born in the USA” ha venduto 30 milioni di copie, con sei singoli nella Top 10. Nonostante la produzione un pò troppo pulita e con i synth troppo avanti, niente è in grado di oscurare la forza e l’inquietudine che pervade tutto il disco. Bruce e il suo produttore Jon Landau riuscirono nel miracolo di portare al grande pubblico un disco che parla di un reduce del Vietnam abbandonato dalla sua stessa nazione.
A pochi artisti capita di trovarsi davanti al guado dove tutto può cambiare in un attimo e trasformarti in grande icona del mainstream mondiale. Bruce attraversò quel guado con la coerenza che lo ha sempre contraddistinto.
Tanti fraintesero il messaggio del disco, soffermandosi sull’aspetto di apparente e becero patriottismo che sembrava uscire fuori. Niente di più sbagliato.
“Born in the USA” è il viaggio all’inferno di chi si trova a vivere abbandonato dal proprio paese, di chi subisce lo strappo di quel filo che lega il cuore dell’uomo e la società che lo circonda. Un disco sulla disperazione e sulla resistenza.
Per “Born in the USA”, Bruce scrisse decine di canzoni, tutte di altissimo livello (rimarranno fuori gioielli come “This Hard Land” e “Shut out the Light”), ma alla fine i dodici brani che lo compongono, delineano benissimo il racconto nella loro formidabile sequenza. Difficile dire qual’è la canzone migliore dell’album, forse “Downbound Train” o “My Hometown”, ma è inutile fare classifiche, ognuno ha il suo pezzo del cuore di “Born n the USA”.

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5. “The River” (1980)

La voglia di correre degli inizi, già con “Darkness on the Edge of Town”, aveva lasciato il posto alla disillusione. Con “The River” Bruce si spinge ancora oltre, per raccontare la disoccupazione, i sogni inftanti, la chiusura delle fabbriche, i matrimoni e le storie di amore che si esauriscono. Ragazzi e ragazze che diventati adulti si trovano a fare i conti con la vita.
Uscito nell’ottobre del 1980, “The River” è il primo album doppio della sua carriera. A fatica Bruce e il produttore Jon Landau arrivarono a selezionare 20 canzoni, delle 95 che Bruce aveva presentato alla band. Un disco che doveva essere necessariamente lungo per contenere le due anime del disco. La prima rappresentata da “The River”, fatta da struggenti e cupe ballate che si adattano bene alla tensione drammatica delle storie. La seconda è rappresentata da “Hungry Heart”, coi toni più leggeri e apparentemente scanzonati.
Bruce Springsteen tratteggia con poche parole intere vite, il declino dei sentimenti, il senso di impotenza, lo spietato isolamento dalla comunità. La notte diventa uno dei luoghi dell’anima dove le cose accadono, i destini cambiano, gli spazi si dilatano, i sogni e le bugie si confondono. Ed è proprio nell’atmosfera notturna e malinconica delle ballate come “Point Blank”, “The Price you Pay”, “Drive all Night”, “Stolen Car” e la stessa “The River” che la poetica di Bruce Springsteen trova la sua forma. E sebbene oggi il fiume sia secco, queste canzoni non sono invecchiate nemmeno di un giorno.

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4. “Wild, Innocent and the E Street Shuffle” (1974)

Sette canzoni, tutte lunghe e bellissime, che nella loro schizofrenia compositiva rendono “Wild & Innocent” un disco fondamentale per capire e per innamorarsi di Bruce Springsteen. Un album che deve tanto a Van Morrison, quanto alla musica nera e dove la versatilità della E Street Band è al suo massimo.
Bruce scrive la sua West Side Story tra i vicoli violenti di New York, animati da portoricani coi coltelli affilati, sensuali ragazze spagnole e spacciatori con le Buick e con le Cadillac impegnati a trafficare nella loro ultima consegna notturna.
E’ tempo di salutare il New Jersey, è tempo di fare il grande salto.
“Sandy”, “Incident on the 57th Street”, “Rosalita”, “New York City Serenade”.
Che ve lo dico a fare.

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3. “Darkness on the Edge of Town” (1978)

Uscito nel 1978, dopo un lungo e frustrante periodo che ha visto Bruce impegnato in una battaglia legale con il suo manager Mike Appel, “Darkness on the Edge of Town” è il disco della maturità. Un lungo racconto sui piccoli drammi quotidiani che uccidono i sogni. Un disco sulla disperazione di chi continua a lottare con dignità, anche in mezzo all’uragano. L’abisso trattato dai temi dell’album si intuisce già dalla foto di copertina che mostra Bruce, in un interno di uno squallido appartamento, visibilmente stanco e scavato.
Bruce mette a fuoco e poi lascia sfocare le immagini. La polvere, la notte e il deserto diventano i perfetti strumenti narrativi per raccontare il dramma di un paese che ha smarrito il senso della collettività.
Il grande sogno è diventato un incubo, il buio inghiotte i confini delle cose e avanza minaccioso nelle nostre vite.
“Badlands”, “Something in the Night”, “Darkness on the Edge of Town”, “Racing in the Street” tra le migliori di questo disco senz tempo.
Per mantenere una certa coerenza con le cupe tematiche del disco, Bruce scartò due canzoni dal grande potenziale radiofonico:“Fire” e soprattutto “Because the Night”, che passò generosamente a Patti Smith.

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2. “Nebraska” (1982)

Dieci canzoni registrate in casa con un 4 piste Tascam. Una manciata di canzoni chitarra e armonica dove si materializzano gli spettri peggiori dell’America reaganiana. Canzoni che sembrano venire fuori dal deserto delle periferie americane, dove le fabbriche chiudono e non si trova lavoro. Dove gli errori della grande politica ricadono impietosi sulla gente comune. Dove si perde lavoro, le banche ti prendono tutto e per una disperata sbornia al bar si arriva ad uccidere, per poi fuggire, venire arrestati e alla fine condannati alla sedia elettrica. Un’America lontanissima dal brillante sogno dei primi anni ’80, raccontata dai film o dalla televisione.
“Nebraska è un disco sulla solitudine e sulla disperazione nel mondo occidentale, figlio di Woody Guthrie, Hank Williams, Johnny Cash e Bob Dylan.Un album di sopravvivenza senza ragazze e senza gioie. La lunga strada che corre oltre il parabrezza della macchina nella copertina, è frequentata da morte e desolazione. L’intero disco “Nebraska” è una spietata fotografia di un mondo crudo e squallido, grigio come il vuoto d’amore e rosso come il sangue. “Atlantic City”, “Johnny 99”, “Nebraska” “Highway Patrolman”, per ricordare qualche canzone di un disco perfetto, che è il più amato anche da chi non ama Bruce Springsteen..

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1. “Born To Run” (1975)

La prima volta che il mondo ha sentito parlare di Bruce Springsteen è stato nel 1975, con l’uscita di “Born To Run”. Dopo le scarse vendite dei primi due album, la Columbia CBS, stava per metterlo alla porta e solo l’ articolo del giornalista Jon Landau (“Ho visto il futuro del Rock and Roll”) aveva convinto l’etichetta a concedere un’ ultima possibilità a Bruce e ai suoi compagni della E Street Band.
Ventisei anni, senza una lira in tasca ma con 8 canzoni da registrare e con una band che lo considerava The Boss. L’incrocio era di quelli definitivi, un salto nel buio: l’incoronazione o la rovina.
Jon Landau ci aveva visto giusto e la scommessa fu vinta, “Born To Run” lanciò Springsteen definitivamente in orbita.
La foto in bianco e nero della copertina immortala la doppia natura di “Born To Run”, il rock and roll bianco e la musica nera, con Bruce sorridente appoggiato alla grande schiena di “Big Man” Clarence Clemons.
La E Street Band suona potente e precisa, il sax riempie il silenzio della notte. Un disco che prende il cuore e lo fa correre libero.
Le prime note di piano di “Thunder Road” danno corpo al sogno, sospeso tra la nostalgia e la speranza: -La porta sbatte e il vestito di Mary si alza come una visione, mentre lei danza sotto la veranda-. Il viaggio è iniziato e non finirà mai.
“Thunder Road” è la più scontata e al tempo stesso universale delle storie. C’è una casa all’imbrunire, c’è una macchina e due ragazzi pronti a fuggire per rifarsi una vita. Non esiste finzione là fuori, ma solo la strada da esplorare.
“Born To Run” è un disco che ci consegna otto racconti formidabili contrassegnati da un sound grandioso. “Backstreets”, “10th Avenue Freeze Out”, “Jungleland”, “She’s the One”, sono canzoni che raccontano una notte vissuta intensamente. Scontri tra bande e drammi di amore avvolti tra il sogno e la realtà, tra le ferite e la morte, ancora una volta tra le strade di New York. Una perfetta colonna sonora per un ipotetico film di Martin Scorsese.
Siamo alla metà degli anni ’70, il sogno americano si sta sfaldando, la guerra del Vietnam è appena terminata, con la sconfitta e la chiara consapevolezza della sua inutilità e brutalità.
L’America è stordita. Non c’è più un posto dove andare, nessun posto dove nascondersi. C’è forse solo uno spiraglio di luce dall’altra parte della città, lontano da qui. Un giorno forse ci arriveremo, riusciremo a rompere questa trappola mortale, ma fino ad allora… baby we were born to run…
Grande rock and roll. Un disco gigantesco, un disco eterno.

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