Pubblicato il Lascia un commento

‘Unabomber è una delle cose più belle che abbia fatto’: una chiacchierata con Lucci all’uscita dell’edizione in vinile del disco

C’è il rap di moda, quello che vola in cima alle classifiche, indipendentemente dalla qualità oggettiva del prodotto messo sul mercato. Poi c’è il rap d’autore. Quello che solitamente viene definito ‘underground’, solo perché non arriva in vetta alle classifiche a causa di un mercato indifferente alla qualità, ma attento ai fenomeni. Eppure, seguendo quello che avviene su questo lato della luna, capita di approfondire la conoscenza di artisti a tutto tondo, persone che sanno quello che fanno, lo fanno bene e, magari, lo fanno anche da un bel po’ di tempo. Uno di questi è Lucci, che, in un brano, si definisce ‘invisibile’ per l’industria musicale, cosa che, però, non lo ferma sicuramente dal far uscire dischi uno meglio dell’altro. In attesa del prossimo lavoro da solista, abbiamo fatto una chiacchierata partendo da ‘Unabomber’, realizzato con gli amici di sempre Ford78 e Hube – primo ‘embrione’ dei Brokenspeakers –, uscito pochi mesi fa e, adesso, disponibile anche in vinile.

«Unabomber è un progetto un po’ particolare – racconta Lucci – nel senso che siamo usciti con un nome nuovo, non conosciuto e penso che non sia facile fare dei buoni numeri con queste premesse». 

Si tratta di un progetto che nasce da lontano e che, per quegli strani incroci che la vita ci pone davanti, era rimasto nel cassetto fino a quest’anno, quando è diventato un ep che lasciava l’amaro in bocca per il fatto di essere solo 6 brani. Grazie al vinile, però, i pezzi sono diventati 10 e non resta davvero che goderselo dall’inizio alla fine. «Si tratta di un progetto che nasce attorno al 2001 – racconta Lucci –: eravamo tutti abbastanza attivi e partecipavamo a tutte le manifestazioni del Global Forum che, poi, avrebbero portato a Genova. Era un periodo in cui eravamo animati dalla passione politica». Su questo sfondo, nacque il gruppo Unabomber: «In quel momento – prosegue – ero in fissa con Ted Kaczynski, l’Unabomber originale: diciamo che, avendo 17 anni, non avevo ancora colto, nel manifesto e nelle sue azioni, quel velo un po’ destrofilo che gli americani comunque hanno qualunque cosa facciano. Di lui, in particolare, mi affascinava molto il rifiuto della società: in un momento in cui noi eravamo no global, si parlava di boicottare le multinazionali, mentre iniziavano a spuntare le prime rivendicazioni vegane, vedevamo tutte quelle idee che ci assorbivano messe in pratica da Unabomber, che, con il suo rifiuto della società e della modernità, con il suo ritirarsi nella casa in montagna, ci sembrava davvero una figura figa. Del resto, da solo era riuscito a mettere sotto scacco l’America ed era il ricercato numero uno: una figura del genere non può non affascinare. Ecco com’è nato il nome, ma il progetto poi si è fermato e non abbiamo mai fatto uscire niente».

Di lì a poco nacquero i Brokenspeakers e la strada musicale è stata quella: «Poi siamo arrivati a oggi – ripercorre Lucci – che è un momento particolare per me: sono nel mio anno sabbatico che, però, dura da 3 anni. Quando ho lasciato il ristorante, più di 3 anni fa, l’ho fatto con l’idea che mi sarei fatto un anno sabbatico per cercare di fare più musica possibile. Quello che mi cruccia nella mia carriera è di aver fatto poco a livello di produzione musicale. Questo ‘anno sabbatico’ è andato molto bene, tanto che da uno, sono riuscito a farne due, poi tre». 

E si arriva a ‘Unabomber’: «A un certo punto, Ford ha mandato dei beat, con Hube abbiamo scritto e ci siamo ritrovati con tre pezzi e tutti e tre avevano preso la stessa strada che era quella di ‘Unabomber’. E’ stato naturale, quindi, fare un disco come ‘Unabomber’, senza pretese. Abbiamo detto ‘Facciamo un disco figo e facciamolo uscire così’. E lo abbiamo fatto. E’ nato così l’ep che, secondo me, è una delle cose più belle che ho fatto».

Non stata una strada in discesa, comunque, come spiega Lucci stesso: «Per me è stato un po’ complicato perché venivo da diversi anni di lavori solisti e, quindi, tornare di nuovo a lavorare in gruppo, con le dinamiche di gruppo, dove anche per le cose più stupide che devono passare al vaglio di altre due persone, non è stato facilissimo, però devo dire che questo cosa mi ha fatto un sacco bene».

Adesso ‘Unabomber’ ha qualche mese di vita, come lo vedi ora? Cambieresti qualcosa? 

«In realtà no, rifarei tutto uguale. Magari ci crederei di più e lo farei uscire in maniera diversa, spingendolo un po’ meglio. D’altronde, oggi esce talmente tanta roba che è difficile avere un po’ di spazio. Pensa al disco di Marracash: era l’album più atteso dell’universo e, dopo una settimana, non ne parlava già più nessuno, perché è uscito Da Supreme, di cui si parla fino alla prossima uscita che lo soppianterà. Tutto questo rende veramente complicato riuscire a far vedere un po’ i dischi. Ci sono poche settimane per parlare di un album, poi parte il tour, fai quei due/tre mesi a suonare in giro, dopodiché, il disco è morto e, lavorativamente parlando, se vuoi rimetterti in gioco, devi fare un’altra cosa. Mi ricordo che con ‘Brutto e stonato’ (2014), avevo le mie 2-3 date fisse al mese e, per tre anni, sono andato dritto così».

Del resto, sempre più spesso si assiste al cosiddetto ‘repack’ di dischi di successo non necessariamente strepitoso, che, letto in quest’ottica, si può vedere come un ‘rimettere in circolazione’ un album: secondo te, questa tendenza è destinata a durare?

«Secondo me sì. Durerà perché è proprio come la gente ascolta la musica ad essere cambiato. Lo streaming e il suo funzionamento hanno fatto cambiare come si ascolta la musica: nessuno ascolta più un disco. La cosa per cui Ford è fissatissimo, da musicista e da collezionista di dischi, è la tracklist e io sono d’accordo. Importante è la sequenza dei pezzi. Anche nei dischi che abbiamo fatto ultimamente come ‘Shibumi’, la tracklist è fondamentale e i pezzi li devi ascoltare nell’ordine in cui li ho messi io, se no, non ha senso. Adesso però questo discorso è anacronistico: fanno una playlist o usano lo shuffle e tutto diventa casuale, così sentono un pezzo mio, uno di Gemello, uno di Salmo, poi parte Da Supreme, uno del Colle, 3 pezzi di Claver e di nuovo uno mio e va avanti così. E’ strano come modo di ascoltare la musica. Quando siamo usciti come Brokenspeakers ci siamo impegnati tanto e abbiamo superato persone che sono partite insieme a noi, proprio per il maggiore impegno e la maggiore bravura. Insomma, era più meritocratico, mentre oggi è più random. E’ tutto un po’ casuale e mi spaventa un po’ come trattano questi ragazzi, come li gestiscono. Mi viene in mente Madame, che peraltro mi piace, ma avrà una discografia di tre brani e le hanno fatto un’intervista da 47 minuti. Ora, mi domando, di cosa può parlare una ragazza di 17 anni per 47 minuti, avendo una discografia di 9 minuti? E perché io, che ho 36 anni, dovrei ascoltarla? Mi dovrebbe parlare di musica, ma non può con solo 9 minuti di musica. Oggi funziona così: creano il personaggio e lo gestiscono male, nel senso che fanno sentire una persona una star dopo una canzone o due e questo fa male soprattutto a quella persona. Mi spiego: musicalmente, stai facendo male a quella persona, deviando il percorso naturale che potrebbe fare. A 17 anni fai una canzone e viene bene, ma è anche importante sbagliare, per trovare la strada giusta e che sia una strada che duri nel tempo: è anche attraverso gli errori che capisci il tuo percorso. Se, invece, ti dicono ‘sei un genio’, è chiaro che ti stanno deviando da tutto quello che potresti fare. In tutto questo, poi, va considerato che a dirti ‘sei un genio’ è la persona che ti deve vendere, quindi lo fa per un suo tornaconto. Forse lo pensa, forse no, gli basta ‘venderti’ e, alla fine, escono dischi brutti o che nascono per durare un tempo limitato. Poi, per carità, se a 18 anni mi avessero coperto di soldi, di sicuro non mi sarei lamentato e non avrei certo detto ‘Madonna che brutta vita’».

Ma, secondo te, questi ragazzi possono sopravvivere a tutto questo?

«Quanto sarà brutto per loro ancora non lo possiamo sapere perché non abbiamo storicizzato il tutto. Se penso a ‘vecchi’ che hanno fatto il boom (major non nomi storici dell’underground), mi viene in mente J-Ax, ma io non lo considero proprio. Per me è come se non esistesse, perché è uno che per arrivare a essere ancora un personaggio pubblico e fare musica, ha fatto della musica che non considero neanche tale. Per tutti gli altri manca la storicizzazione e, quindi, non si può dire cosa succederà a quelli che oggi fanno rap. Va considerato che, alla fine, quelli che durano per 20 anni sono 3-5, massimo 10 nomi, tutti gli altri spariscono e questo accade per tutti i generi musicali, figurati per il rap. Quindi, quello che dico io è che questi ragazzi di adesso partono sapendo che sarà un lavoro e sarà molto remunerativo, ma il problema è cosa faranno tra 20 anni. Questi non si rendono conto di fare una roba di nicchia che, adesso va di moda e, per questo, si dice loro che sono ‘artisti totali’. Loro ci credono e credono di avere una longevità infinita, ma come faranno a fare questo tra 20 anni? Non lo potranno fare, perché farebbero ridere i polli. E, se credendoti ‘artista totale’ non hai fatto nessun percorso di crescita, che cazzo pensi di fare?»

Non è un panorama consolante, però è molto realistico… Torniamo, però, al presente: oggi ci sono due scene molto vivaci e sono sicuramente quella romana e quella che fa capo alla Glory Hole: come le vedi tu?

«Onestamente mi sono tirato fuori un po’ da tutto e non so bene cosa succede intorno a me, perché mi sono un po’ disamorato di tutto il discorso ‘scena’ o ‘gruppo’.  Va bene essere underground, ma lo si può fare anche con professionalità e generando profitti. Questa roba dell’underground mi ammazza: è il motivo per cui noi facciamo fatica. La demonizzazione del profitto è di uno sbagliato folle. I soldi servono a far sì che le cose vengano fatte bene. E’ un po’ questo che mi ha allontanato da tutto il discorso ‘gruppi’ e ‘scene’. Vedo che, comunque dal più famoso al meno famoso, dal più mainstream al meno mainstream, hanno dinamiche lavorative che mi fanno incazzare e, quindi, preferisco farmi gli affari miei e starmene in una sorta di bolla, dove faccio le mie cose. Mi piace un sacco la roba di Gionni Gioielli. Ho sempre ascoltato rap americano che hanno contenuti a volte discutibili o vuoti e Gionni Gioielli, facendo dischi senza alcun concept ma solo scrivendo rime, su rime, su rime, in controtendenza con il momento che stiamo vivendo dove c’è ricercatezza in ritornelli e melodie, che fa uscire dischi che peraltro stanno andando molto bene, ma che sono solo di rime, dove lui rappa, mi fa veramente volare. Il suo è un progetto che mi piace davvero tanto, anche per il non-obiettivo che si pone. E’ una bella attitudine».

Cosa pensi della svolta mainstream di Coez?

«Sono contentissimo, perché secondo me fa una cosa che gli piace. A parte che ha iniziato a farla ben prima del boom di questa roba, è stato coraggioso e a me piace il coraggio. Nel momento in cui stava esplodendo il rap, lui ha smesso di farlo e, guarda, era davvero bravo a rappare. Di base, poi, penso che ognuno debba fare quello che gli piace: a lui piaceva fare questo tipo di musica, si è messo a fare quello e, quindi, sono felicissimo».

Che pensi di tutto il gruppo romano ‘126’, la Lovegang?

«Ci sono diversi piani all’interno dello stesso gruppo: un Franco e un Ketama non c’entrano molto uno con l’altro dal punto di vista musicale, per esempio. Musicalmente mi piace molto Franco, gli altri fanno cose lontane dai miei gusti ma penso che siano un movimento superfigo: riescono a convivere sotto lo stesso nome, nello stesso gruppo e a fare cose insieme realtà come quella di Franco, di Ketama o di Ugo Borghetti e questo è figo. Poi, è una cosa tipicamente romana e funziona: è una realtà grossa, complice anche il successo di Franco che ha fatto un po’ da volano a tutti gli altri: adesso comunque a Roma se dici 126, tutti i ragazzi, dal primo all’ultimo, sono in fissa, quindi, tanto di cappello».

Prima di chiudere, ci consigli un libro da leggere, un disco da ascoltare e un film da vedere?

«Allora, come libro ‘Opera struggente di un formidabile genio’ di Dave Eggers, che è veramente bellissimo, oppure banalmente ‘Il ritorno delle gru’ e ‘Shibumi’, mentre per il disco ‘Eastern Conference All Stars III’ di The High & Mighty e, infine, come film non posso non dire ‘Ghostbusters’»

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *