Tradizione e appartenenza non sono necessariamente qualcosa di immobile. Possono essere interrogate, scomposte e ricostruite, soprattutto quando il rapporto con le proprie radici è complesso e attraversato da culture differenti. È da questa idea che nasce Donn/Dubh, album realizzato da Arun Sood e Angeline Morrison, in uscita il 7 agosto per Real World X, l’etichetta della Real World Records dedicata ai progetti più sperimentali.
Polistrumentista, poeta e musicista sperimentale il primo, cantante e autrice legata alla ricerca sulla tradizione folk la seconda, Sood e Morrison condividono origini ebridee ma anche un patrimonio familiare che attraversa Scozia, India e Giamaica. I due utilizzano l’espressione “Brown Hebrideans”, “Ebridi Bruni”, per raccontare proprio questo rapporto non lineare con la cultura gaelica e con il territorio scozzese.
Donn/Dubh, traducibile come “marrone/nero”, parte da qui. Le dodici tracce dell’album recuperano melodie e materiali della tradizione per portarli in un territorio nel quale folk gaelico, ambient, drone, dub, elettronica e spoken word possono convivere.
Alla base del progetto c’è anche una ricerca condotta da Sood sui testi celtici del X secolo, nei quali alle diverse direzioni dei venti venivano associati dei colori. Da questa suggestione il musicista ha iniziato a cercare riferimenti cromatici negli archivi del canto tradizionale gaelico, utilizzandoli come punto di partenza per nuove composizioni.
Le melodie originarie vengono così frammentate e ricomposte, mentre gli strumenti della tradizione scozzese convivono con bassi profondi, sintetizzatori, chitarre e paesaggi ambient. Alla produzione c’è Alastair Smith, che contribuisce a tenere insieme elementi provenienti da linguaggi musicali apparentemente distanti.
Un primo esempio è “A Rìbhinn a Bheil Cuimhn’ Agad”, brano di apertura dell’album. La voce di Morrison emerge sopra una pulsazione grave e quasi ipnotica e sulle sonorità rarefatte dei flauti, mentre il testo introduce uno degli elementi centrali di Donn/Dubh: il rapporto con le figure dimenticate del passato.
È un aspetto che attraversa da tempo il lavoro di Angeline Morrison. Nel suo precedente The Sorrow Songs: Folk Songs of Black British Experience aveva riportato all’interno del racconto folk britannico storie e presenze afro-britanniche spesso rimaste ai margini. In Donn/Dubh questa ricerca incontra quella di Sood, che con Searching Erskine aveva già sviluppato un linguaggio costruito tra folk, elettronica, field recording e memoria.
Il loro incontro non produce quindi una semplice rilettura contemporanea della musica tradizionale. Piuttosto, Sood e Morrison utilizzano la tradizione come materia viva, qualcosa con cui confrontarsi per interrogare il proprio senso di appartenenza e il rapporto con il paesaggio, gli antenati e la memoria.
In questo senso Donn/Dubh trova una collocazione naturale nel catalogo Real World. C’è anche un legame ideale con il lavoro di Martyn Bennett, che aveva mostrato quanto la musica tradizionale scozzese potesse dialogare con elettronica e cultura contemporanea senza perdere la propria identità.
Il risultato è un disco che guarda indietro senza nostalgia: parte da materiali antichi per chiedersi che cosa significhi oggi appartenere a una tradizione e, soprattutto, chi abbia il diritto di riconoscersi al suo interno.
