I CarroBestiame tornano sulla scena discografica con la pubblicazione del nuovo album in studio intitolato “Nel tempo in cui le cose erano fatte per durare”, edito dall’etichetta Maninalto! e disponibile su tutte le piattaforme digitali. Il lavoro, composto da dieci tracce inedite, giunge a un anno di distanza dall’EP “Venivo dal letame” e a due anni dal debutto sulla lunga distanza “In fondo al lago”, delineando una chiara evoluzione nella traiettoria artistica della formazione umbra.
La proposta musicale della band si sviluppa all’incrocio tra la tradizione folk e le dinamiche del moderno pop-rock. Il quintetto – composto da Giacomo Savi, Federico Piermatti, Filippo Dominici, Alessandro Salari e Samuele Settimi – persegue l’obiettivo di svincolare il genere dagli stereotipi e dai canoni tradizionali, allargandone gli orizzonti espressivi verso una codifica più contemporanea. All’interno del disco, l’andamento sonoro è strutturato su un costante bilanciamento tra ballate riflessive e sezioni ritmiche più incalzanti: se la presenza del violino garantisce una continuità con la matrice folk classica, l’innesto di chitarre distorte e arrangiamenti stratificati sposta l’impatto complessivo verso un rock energico e di ampio respiro.
Sotto il profilo concettuale, l’opera si configura come una critica all’era dell’obsolescenza programmata e dei consumi rapidi, estesa non solo agli oggetti materiali ma anche alle relazioni umane. Nelle dichiarazioni del gruppo, le canzoni nascono dall’esigenza di rallentare i ritmi della frenesia quotidiana per recuperare una dimensione di concretezza e cura dei legami personali, ponendo l’accento su valori durevoli.
La tracklist riflette questa alternanza di registri emotivi e stilistici. Brani intimi e sinuosi come “Aquiloni” e “Il lusso di invecchiare” convivono con “Figlio dell’Africa”, traccia che si avvale della collaborazione di Davide “Dudu” Morandi e Francesco “Fry” Moneti dei Modena City Ramblers. Sul fronte opposto, episodi guidati da una marcata ironia come “Lame affilate”, “È quella giusta” e la ripresa di “Venivo dal letame” imprimono energia al lavoro, mentre composizioni come “Contagiamo la città”, “Stakanovista” e “Una cena a casa mia” fondono l’attitudine riflessiva della scrittura a una ricca architettura strumentale, consolidando la cifra stilistica del gruppo.
