La Real World Records annuncia la firma con Sulaf, artista sudanese, e l’uscita del suo album di debutto, Aba, prevista per ottobre 2026. Il disco arriva dopo un percorso che ha dell’involontario: quando Sulaf ha lasciato il Sudan per la Francia nel 2022, portando con sé i suoi strumenti — la voce melismatica e il risonante oud a sei corde — aveva in mente una residenza creativa alla Cité Internationale des Arts di Parigi, e poi il ritorno a casa. Quello che è successo dopo non era nei piani. “Non avevo intenzione di restare, quindi non ero preparata a questo esilio”, racconta.
Aba è costruito attorno a questa esperienza, ma la attraversa senza restarne prigioniero. Le canzoni, cantate in arabo, intrecciano ritmi blues con radici nei modelli folk nubiani e nelle tradizioni dell’Africa subsahariana, dentro paesaggi sonori che guardano al futuro senza abbandonare la tradizione. Il tutto è stato realizzato in collaborazione con il produttore e strumentista francese Maxime Kosinetz, che ha contribuito a dare forma a un suono insieme antico e contemporaneo.
Il titolo rimanda a Abdelazim Sayed Ahmed, detto Aba: bisnonno di Sulaf, poeta e musicista sufi, i cui versi — sui legami familiari, le separazioni dolorose e i ritorni agognati — attraversano l’intero disco come un filo conduttore. In un periodo di esilio non cercato, quelle parole sono diventate per Sulaf qualcosa di più di un riferimento culturale.
Il primo singolo, “Naada”, dà già la misura del progetto: oud e sintetizzatori si intrecciano in una struttura sinuosa, dai cambi di tempo imprevedibili, che si dispiega con la lentezza e la precisione di qualcosa che sboccia. Sulaf è anche voce ospite in Hoggar, il nuovo album dei Tinariwen, e aveva già collaborato con gli Imarhan per Aboogi nel 2022 — due referenze che collocano il suo lavoro dentro una rete di musica sahariana e blues desertico che Real World conosce bene.
Nelle prossime settimane Sulaf aprirà i concerti del tour europeo dei Tinariwen, portando per la prima volta al pubblico del continente alcuni brani dell’album. Si definisce “un veicolo per i canti delle donne del Sudan”: una formula che suona come una responsabilità prima ancora che come un’ambizione.
