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Vent’anni di resistenza Tuareg: i Tamikrest tornano con il sesto album

Assikel, sesto album dei Tamikrest, esce per Glitterbeat. Il titolo significa viaggio in tamasheq, la lingua del popolo Kel Tamasheq — i Tuareg del Sahara — di cui la band è da vent’anni una delle voci musicali più autorevoli e riconosciute a livello internazionale. Il disco segna una svolta deliberata nel suono del gruppo: più diretto, più viscerale, registrato dal vivo su nastro analogico in dieci giorni nell’ottobre 2025 ai Tone Boutique Studios di Haarlem, in Olanda.

La scelta tecnica non è casuale. La band ha lavorato con l’ingegnere e mixer Jasper Geluk — già collaboratore degli Altın Gün — utilizzando un registratore a 16 tracce della fine degli anni Sessanta. “Ha un carattere sonoro meraviglioso, anche se a volte può essere impegnativo, un po’ come guidare un vecchio 4×4 che richiede totale attenzione”, racconta Geluk. Registrare in presa diretta ha imposto una disciplina precisa: “Sapevamo che non avremmo potuto rifarlo dieci volte”, spiega il chitarrista Paul Salvagnac. Il risultato cattura la spontaneità e la ruvidità del processo, un’estetica coerente con quella dell’artwork, fotografato su pellicola. Nati nel 2006 dall’incontro tra Ousmane Ag Mossa e Cheikh Ag Tiglia, originari di Tinzawaten, al confine tra Mali e Algeria, i Tamikrest si sono formati sotto l’influenza dei Tinariwen, pionieri della chitarra ishumar. Oggi il gruppo è un quartetto stabile, completato dal chitarrista Paul Salvagnac e dal percussionista Cédric “Momo” Maurel.

I temi di Assikel — esilio, sradicamento, e quell’assouf intraducibile che racchiude nostalgia, desiderio e malinconia — sono gli stessi che attraversano tutta la discografia della band. Ma la loro urgenza, spiega il cantante e chitarrista Ousmane Ag Mossa, non è diminuita: “I temi non sono cambiati molto perché la situazione a casa non è migliorata, anzi è peggiorata.” Il Mali vive da anni una crisi profonda: una giunta militare al potere, opposizione politica bandita, media repressi, il ritiro della missione Onu nel 2023 e la presenza di paramilitari russi dell’Africa Corps accanto a violenze quotidiane di matrice jihadista.

Gli otto brani del disco portano questo peso senza rinunciare alla complessità. L’intreccio strumentale combina chitarre elettriche e acustiche, lap steel, bassi profondi con influenze dub, percussioni a mano, calebasse e batteria. L’apertura, “Adagh Oyanted”, è una slide guitar pulsante che richiama la regione montuosa del nord del Mali e mette in guardia contro lo sfruttamento delle terre ancestrali. “Aiytma”, co-scritta con il poeta Mahmoud Ag Ahmouden, è una ballata che Cheikh descrive come un canto da trincea. “Imanin” è il brano più elettrico del disco, con un synth inquietante del musicista belga Wouter Van Asselbergh che precede un’esplosione di chitarre distorte. “Eillal” offre invece un momento di quiete, con la voce di Ibrahim Ag Alhabib dei Tinariwen alla sua prima collaborazione registrata con i Tamikrest. L’album si chiude con “Adounia”, omaggio al compianto Mohammed Ag Itlale dei Tinariwen, mentore di Ousmane: una meditazione lenta sulla fugacità della vita, con organo, voce malinconica e una registrazione domestica del poeta Japonais che recita una sua poesia.

A chi tende a leggere i Tamikrest prima come portavoce politici che come musicisti, Ousmane risponde con semplicità: “Ciò che ci motiva oggi è lo stesso che ci motivava all’inizio: l’amore per la musica”.

TRACKLIST

01. Adagh Oyantid (04:20)
02. Inizdjam (03:29)
03. Iman Derhan Nasn (04:58)
04. Aiytma (04:48)
05. Imanin (04:45)
06. Eillal (ft. Ibrahim Ag Alhabib) (04:47)
07. Tapsakin (05:37)
08. Adounia (04:22)

INFO:
https://www.tamikrest.net/en/
https://www.instagram.com/tamikrest.official/ 

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